Scorsese racconta i martiri cristiani nel Giappone del '600

Dopo 26 anni è finalmente pronto il progetto che chiude la trilogia del regista sulla fede

Ventisei anni. Tanti ne ha impiegati Martin Scorsese per riuscire a girare Silence, il film che chiude la trilogia della sua riflessione sulla fede dopo L'ultima tentazione di Cristo del 1988 e Kundun di dieci anni dopo. Ma, a differenza del film contestato dal mondo cattolico in cui immaginava Gesù mettere su famiglia, ora per Scorsese si sono aperte le porte del Vaticano, dove è stato proiettato questo suo nuovo e impressionante lavoro sui Gesuiti perseguitati in Giappone a metà del 1600, e Papa Francesco, anch'egli gesuita, lo ha ricevuto in udienza con tanto di scambio dei regali. «Il film - spiega Martin Scorsese - tocca temi e idee da sempre importanti per me, un senso della religione che magari hai nell'infanzia e che poi cambia, diventa un rifiuto, poi un'accettazione e infine ti accompagna tutta la vita».

Tratto dall'omonimo romanzo uscito esattamente cinquant'anni fa di Shsaku End, scrittore nipponico diventato cattolico e morto nel 1996, Silence segue da vicino le vicende di due gesuiti, Sebastian Rodrigues (interpretato da Andrew Garfield: «L'avevo visto in un paio di Spider Man, mi ha sorpreso il livello emotivo che ha raggiunto nel provino») e Francisco Garrpe (Adam Driver: «Ha partecipato a tutti i ritiri spirituali dei gesuiti ma mi ha detto di aver capito il suo personaggio solo l'ultimo giorno di riprese»), che nel 1633 partono in missione alla volta del Giappone con l'obiettivo di trovare notizie certe su padre Ferreira (Liam Neeson) che, da leggendario missionario gesuita, pare essersi trasformato in un apostata. In Giappone i due devono occultarsi per evitare di essere perseguitati proprio come erano costretti a fare i kirishitan, ossia i «cristiani nascosti», che per decenni hanno conservato e trasmesso la fede di padre in figlio senza chiese e senza sacerdoti. Perché, dice un povero contadino nel film, «siamo stati finalmente trattati come figli di Dio e non come animali». Racconta il regista: «Ho avuto in dono il libro dall'Arcivescovo di New York che, dopo la visione di L'ultima tentazione di Cristo, mi ha detto: Nel libro ci sono cose importanti. E infatti mi ha stregato e non capivo perché, c'era qualcosa di profondo con cui dovevo venire a patti. Mi aiutava a capire il valore reale di vivere una vita, esplorando quella parte spirituale dell'essere umano così profonda. Era il 1990 e avrei voluto subito girare il film». In mezzo ci sono state vicissitudini produttive molto complesse tanto che risultano accreditati ventitré produttori esecutivi e sette produttori tra cui il nostro Vittorio Cecchi Gori che nel 2012 intentò una causa legale contro Scorsese e la sua Sikelia Production per non aver rispettato gli accordi stipulati nel 1990. Nel 2014 le due parti hanno trovato un accordo e ora finalmente esce, negli Stati Uniti a Natale e da noi il 12 gennaio grazie a 01 Distribution, questo complesso e affascinante film da 152 minuti carico di dubbi e poche certezze sul modo di portare una religione e una fede in una cultura estremamente diversa: «È tutto basato su fatti storici - racconta Scorsese - l'insegnamento che i gesuiti volevano diffondere in Asia aveva una serie di problemi di mancata comprensione di quella cultura. Durante la proiezione in Vaticano è stata sollevata la questione dell'arroganza degli occidentali che andavano in Oriente, questo punto è affrontato in maniera approfondita nel film in cui viene piuttosto mostrata l'essenza stessa del concetto di missione ossia presentare se stessi agli altri in modo che vogliano condividere con te quei valori».

Un altro dei punti centrali di Silence, il cui titolo fa riferimento al «silenzio di Dio che bisognerebbe ascoltare piuttosto che combattere», è proprio il tema dell'abiura. Del comportamento di padre Rodrigues dettato anche dal dilemma di salvare le vite umane: «Ma io mi domando: è stato un completo rifiuto di quello in cui credeva? È stata una vera e propria rinuncia? Oppure così facendo ha preso più fede, l'ha resa più profonda?». Difficile rispondere alle domande dello stesso Scorsese anche perché questo viaggio in Giappone è un viaggio nell'anima, sostenuto da una fotografia strepitosa di Rodrigo Prieto che gioca con le ombre e le nebbie della natura nipponica, con le sue aperture e chiusure culturali e mentali.

Le stesse che Scorsese, già al lavoro sul prossimo film, The Irishman, con Robert De Niro e Al Pacino insieme, trova oggi nella realtà del suo paese: «È una coincidenza che il film esca proprio ora che in America hanno preso il potere le stesse persone che ho mostrato in The Wolf Of Wall Street. Non pensavo che questo periodo si sarebbe mai concretizzato ma spero che il film porti a un dibattito sui valori, ritengo che la profondità di questa storia sia tale e così importante che faccia vedere diversamente il valor della vita».

IL GIORNALE E' A FIANCO DEI CRISTIANI PERSEGUITATI IN SIRIA E IN IRAQ:

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