«Scrivendo thriller indago la follia nascosta dentro di noi»

Il nuovo libro dell'autore francese è una discesa negli inferi dove «vittima e carnefice sono simili»

Luca Crovi

Negli ultimi dieci anni la Francia ha mostrato una sensibilità speciale per il thriller e se al cinema è stato un regista e produttore come Luc Besson a dare molto spazio a questo genere in letteratura sono stati autori come Jean-Christophe Grangé, Maxime Chattam, Pierre Lemaitre e Bernard Minier a farsene credibili interpreti. Fra i più sorprendenti narratori d'oltralpe si è distinto l'ingegnere Franck Thilliez di cui erano già usciti in Italia La stanza dei morti, Foresta nera, La macchia del peccato e L'Osservatore per la casa editrice Nord e che da ora alle stampe per Fazi Editore Il manoscritto, storia che ci ha permesso di intervistarlo e farci raccontare i segreti del suo immaginario.

Il tema del manoscritto ritrovato e incompiuto è un classico della letteratura. Perché ha scelto di usarlo come escamotage per la partenza del suo nuovo romanzo?

«Ci sono due cose importanti per me quando scrivo un romanzo di suspense: lo sfondo e la forma. Lo sfondo è la storia che racconterò, che deve essere il più possibile intrigante e mozza fiato. La forma è il modo in cui racconto la storia, come intrappolerò il lettore negli eventi raccontati. Iniziare un romanzo scoprendo un manoscritto (che fra l'altro è un thriller) a cui manca la fine, dicendo Attenzione, questo è il manoscritto che leggerai, una storia assolutamente terrificante è un buon modo per incuriosire immediatamente il lettore, per immergerlo nel mio universo».

Cosa le piace di una tecnica narrativa come la mise en abyme?

«Amo costruire storie che non siano un semplice filo che si svolge, ma una specie di ragnatela che riserva molte sorprese. La mise en abyme rende possibile creare questo tipo di struttura in cui il lettore viaggia costantemente tra realtà e immaginazione, senza sapere esattamente dove si trova. I lettori di thriller adorano questo. È come essere in un sogno, svegliarsi e pensare che tutto era solo immaginario e realizzare che siamo ancora in un altro sogno intricato dove tutto non è stato chiarito. Mi piace molto usare queste complesse tecniche narrative».

Questo le permette di comunicare in maniera speciale con i lettori...

«Devono provare la sensazione di dover affrontare una storia che va oltre le apparenze e che è costruita con una sceneggiatura complessa. Fra scrittore e lettore in un thriller si stipula una specie di contratto che va rispettato: io, autore, ho deciso di portarti in un territorio dove tutta la certezza che hai può crollare la pagina successiva. Quindi, siediti sul divano e tuffati in questa storia dalla quale potresti non uscire incolume. Personalmente, come lettore, se mi proponessero un contratto del genere firmerei subito!».

Il tema del male è presente in tutti i suoi romanzi...

«Ciò che mi interessa è capire cosa spinge le persone come te e me, ad un certo punto della loro vita, ad agire in un certo modo. È la pressione sociale, sono le circostanze, il livello di stress, oppure una disfunzione nel cervello? Siamo tutti capaci di dare il peggio, come ci ha mostrato la storia? Ne Il manoscritto una donna si trova di fronte a un uomo che è sicura all'80% essere stato il carnefice di sua figlia. Ha un potere assoluto su di lui, inclusa la capacità di ucciderlo. Andrà fino in fondo? Cosa costituisce quel 20% di incertezza? E se quest'uomo fosse innocente? Mi piace molto quando i miei personaggi devono affrontare scelte quasi impossibili e devono prendere decisioni che a volte sono cattive. Decisioni che li costringeranno a stare dalla parte sbagliata...».

Anche la follia è ricorrente nelle sue storie?

«In effetti, consente di creare psicologie di personaggi profondi e multipli. Tutti abbiamo un po' di follia in noi, a volte spingendoci ad ignorare le regole e attraversare certi confini proibiti. Questa parte mi interessa come romanziere: quella follia più caratterizzata, derivante dalla malattia psichica. Sono molto interessato alle diverse forme di demenza, alla schizofrenia, alle personalità multiple che offrono possibilità narrative molto interessanti. La pazzia è anche legata alla nozione di responsabilità, che è estremamente importante nelle indagini di polizia e pone un quesito fondamentale: all'epoca del crimine il colpevole di un crimine era responsabile delle sue azioni oppure no?».

Ci può raccontare come è nato Il manoscritto?

«Fin dall'inizio ho avuto un'idea fissa che mi ossessionava: ho immaginato un prigioniero in un luogo buio, rapito dal genitore di un bambino scomparso. Il padre che lo ha rapito è convinto che quest'uomo sia l'assassino di sua figlia, ma un problema: questo padre è diventato amnesico a seguito di un attacco. Ed è sua moglie, dalla quale è separato, che scopre l'ostaggio in cantina. Cosa farà per affrontare questa situazione impossibile? Rilasciare l'uomo o, al contrario, torturarlo per farlo parlare? Da questa idea fissa, ho creato l'intera storia».

Che personaggi ha deciso di mettere in scena?

«C'è soprattutto Léane, che è una scrittrice di thriller professionista e che sarà costretta a vivere una storia terribile come quelle che scrive. Volevo mostrare al lettore come potrebbero essere il lavoro e la vita di uno scrittore di thriller. Da dove vengono le sue idee più nere? Come inventa una storia? Il secondo personaggio principale del mio romanzo è un poliziotto che è in grado di memorizzare una scena del crimine a colpo d'occhio. Il suo potere di ricordare è un vantaggio ma anche un handicap perché la sua memoria è ingombra di ricordi inutili...».