La scuola di Gentile è stata distrutta. Al suo posto, il nulla

M entre mi accingo a scrivere dell'ultimo libro di Ernesto Galli Della Loggia, L'aula vuota. Come l'Italia ha distrutto la sua scuola (Marsilio), ho sotto mano un libro del 1920 edito da Laterza: La riforma dell'educazione. L'autore è Giovanni Gentile, che nel giro di tre anni avrebbe varato la sua famosa riforma, e che in questo testo raccoglieva i Discorsi ai maestri di Trieste ossia una serie di lezioni di filosofia dell'educazione che aveva tenuto nell'estate del 1919 per un corso magistrale. Perché partire da così lontano? Semplice: perché dopo giusto un secolo quei «discorsi» sono ancora utili e «attuali» e perché, seguendo il sottotitolo del libro di Galli Della Loggia, la scuola che l'Italia ha distrutto è la scuola di Gentile. Ma proprio qui nasce il problema: si è distrutta la scuola di ieri senza costruire la scuola di oggi e, anzi, la scuola di oggi è proprio la distruzione della scuola di ieri. Infatti, anche se potrà sembrare paradossale, la scuola di Gentile, per quanto offesa, aggirata, distrutta, è tuttora una sorta di filo d'Arianna della scuola italiana che in mezzo secolo, dal 1968 in poi, dalla sperimentazione ai decreti delegati, dall'autonomia all'alternanza scuola lavoro, è stata eliminata senza essere sostituita. Così oggi - ed è questo il cuore del libro di Galli Della Loggia - ci troviamo con una scuola che non è carne e non pesce perché è semplicemente abbandonata a sé stessa come una nave alla deriva.

Inevitabilmente, Galli Della Loggia, essendo uno storico, mette in relazione la scuola e la storia d'Italia. Non potrebbe essere diversamente. Perché, pur sapendo di esagerare un po', l'Italia è stata davvero la sua scuola e chi ha dato alla nazione italiana la sua stessa unità di fondo son state soprattutto le maestre che insegnavano in città, in provincia e in campagna, raggiungendo i loro alunni anche a dorso di mulo (come facevano le nonne di chi scrive questo articoletto). E siccome la scuola altro non è che, come diceva Salvatore Valitutti, un'organizzazione sociale per la trasmissione del sapere, mettendone in luce la sua dimensione storica Galli Della Loggia può sfatare una serie di miti come, ad esempio: che la scuola debba stare alla larga dall'autorità, che la scuola si debba continuamente aggiornare - e così, diceva un direttore didattico a me caro, si «annotta» -, che c'è bisogno del «saper fare» piuttosto che del sapere. Come si può capire, sono dei veri e propri luoghi comuni che, però - ecco il punto - sono diventati addirittura idee politiche usate per riformare la scuola senza sapere cosa sia la scuola. Un completo disastro con cui l'Italia ha finito per distruggere sé stessa. E così si giunge al punto di non ritorno di oggi: la scuola è, in nome della cosiddetta «autonomia» - ma le scuole italiane, in realtà, non sono autonome neanche nell'accensione dei termosifoni - abbandonata alla politica, ossia al governo di turno, che non sa cosa fare della scuola perché non ne conosce né la funzione né il funzionamento del suo stesso sistema dell'istruzione. È un autentico dramma, il vero dramma nazionale che non ha soluzione giacché non c'è nessuna forza politica che sia in grado di ripensare la scuola nei suoi stessi fondamenti giuridico-istituzionali.

Anche se la scuola è la prima azienda del paese, anche se le famiglie assillano e assaltano i professori, anche se i professori sono un esercito di burocrati, l'aula è vuota perché un sistema scolastico è stato distrutto senza costruirne uno nuovo e ciò che è rimasto in piedi è solo il diploma che, come diceva Einaudi, vale meno del pezzo di carta su cui è scritto.