Se l'America brucia sui temi che scottano

Dal black out a New York nel '77 alla rivolta a Los Angeles nel '92

Le città americane vanno a fuoco: le tensioni civili, la forbice sempre più ampia tra povertà e ricchezza, gli scontri razziali, negli Stati Uniti diventano mai come oggi una realtà da monitorare. A diventare roventi sono anche i romanzi. Bastino due titoli, è il caso di dirlo, su tutti: Città in fiamme di Garth Risk Hallberg e Giorni di fuoco di Ryan Gattis.

Città in fiamme di Hallberg, da pochi giorni in Italia per Mondadori (pagg. 1005, euro 25, trad. M. Bocchiola), è un romanzo che apre molti scenari. Hallberg è scrittore raffinato che conosce la storia americana e descrive con compiutezza l'atmosfera della New York anni '70 con una perfezione che, a parte Il falò delle vanità di Tom Wolfe, non si era mai letta. Hallberg coniuga uno stile narrativo che seduce ma che al contempo non concede nulla al lettore, a una trama ottimamente congegnata. Non è un romanzo da leggere in una notte. Anzi: è un romanzo da assimilare, da leggere con cautela, perché le fiamme dell'incomprensione sono facili a divampare in chi legge. Ed è proprio grazie a questo gioco sottile, quasi un duello con il lettore, che l'autore mischia sempre le carte per un romanzo che parte dal ritrovamento del corpo di una ragazza a Central Park nell'ultimo giorno del 1976 per poi divampare con il black out che colpì la metropoli dalla sera del 13 luglio al tardo pomeriggio del giorno dopo nel '77. Un episodio che mise in luce una città già in corto circuito: duramente colpita dalla disoccupazione, dalla delinquenza di strada e dalle sempre più numerose gesta criminali (su tutte quelle di David Berkowitz, il serial killer diventato famoso come «Il figlio di Sam»).

Durante quelle 24 ore - come si legge in Ladies and Gentlemen, the Bronx Is Burning di Jonathan Mahle (capolavoro purtroppo non ancora tradotto in Italia e a cui Hallberg deve molto) - in molti quartieri si scatenarono vere e proprie rivolte urbane, con scontri per le strade e razzie. Furono appiccati più di mille incendi, compiute 1600 rapine, circa 3700 gli arresti e un bilancio finale dei danni di circa 300 milioni di dollari dell'epoca. Uno scenario apocalittico, ma che per Hallberg diventa lo spartiacque dell'epoca che verrà, di una città a ritmo di hip hop e oscurata da quelle Mille luci di New York che Jay McInerney ha ritratto nel suo celebre romanzo. Tra drammi collettivi e individuali, in Città in fiamme (i cui diritti cinematografici sono già stati opzionati da Scott Rudin, produttore dei fratelli Coen) respiriamo le atmosfere che furono di Charles Dickens in America quando lui, londinese, scrisse che «il vizio a New York sembra aver fatto invecchiare precocemente anche le case», che sono del Don DeLillo non tanto di Underworld quanto del suo capolavoro forse meno conosciuto, Great Jones Street, in cui leggiamo di «strade invase dallo squallore perennemente sospese sul ciglio dell'epifania». Ma la vera idea incendiaria di Hallberg si cela quando lui stesso - a metà circa del libro, attraverso la voce di una ragazza vietnamita- scrive: «Era possibile amare qualcosa e nello stesso tempo odiarlo? Che la libertà fosse tirannica e la tirannide libertaria?».

Interrogativo che ritroviamo in Giorni di fuoco di Ryan Gattis (dal 10 marzo in libreria per Guanda, pagg. 380, euro 18,50, trad. K. Bagnoli), romanzo che racconta i sei giorni che incendiarono Los Angeles nel 1992, dopo che tre agenti di polizia vennero assolti per violenze su un autista afroamericano. Le rivolte nelle strade durarono dal 29 aprile al 4 maggio, con un bilancio di 10904 arresti, 53 morti, 2983 feriti, 11113 incendi e danni per più di un miliardo di dollari. Ryan Gattis ha raccontato quei giorni in un ottimo romanzo, già opzionato da HBO per diventare una serie, amato anche da Joyce Carol Oates e David Mitchell, autore di L'atlante delle nuvole. Attraverso la voce dei 17 protagonisti narranti Gattis ci racconta di come soprattutto le gag dei Latinos abbiano colto l'occasione per sfogarsi contro il regime di repressione da ghetto a cielo aperto in cui sono costretti a vivere. Come il più abile dei ventriloqui Gattis rende voce a personaggi e punti di vista estremamente diversi: un membro di una gang, uno spacciatore, un negoziante coreano, un pompiere, un anonimo funzionario del tribunale. Tutte vittime, quasi sempre incolpevoli, di un sistema democratico che ingabbia senza sbarre, che vuole ghettizzare nell'omologazione. All Involved, come recita il titolo originale, che nello slang delle gang di Los Angeles significa che siamo tutti coinvolti, ma al contempo siamo tutti ustionati. Dalle ombre di una democrazia che mostra sempre più i propri limiti.

Twitter @GianPaoloSerino