Se l'Europa diventa solo la periferia della cultura Usa

Da un paio di settimane un libro sta sconvolgendo la fauste certezze di Parigi

Da un paio di settimane un libro sta sconvolgendo la fauste certezze di Parigi. Régis Debray, che dopo aver combattuto con il Che è diventato uno degli intellettuali più corrosivi del continente da noi tradotto a singhiozzo, a causa, chissà, di triti pregiudizi ha spiegato, usando una parola volutamente ambigua e greve di storia, Civilisation, «come siamo diventati americani» (Gallimard, pagg. 240, euro 19), come mai, insomma, senza accorgercene «un tempo eravamo francesi, tedeschi o polacchi e ora siamo Yankee. E siamo felici di esserlo». Debray non è un cupo populista né un pessimista cosmico, al contrario, con sguardo regale e perfino sorridente ci mostra che ogni civiltà è un groviglio di incroci e di fraintendimenti. La «civiltà cristiana», ad esempio, è tutt'altro che «pura», va letta, piuttosto come «uno zigzagare di storie. All'inizio era un evento ebraico proclamato da Joshua detto Gesù, che un sabato, durante l'omelia, interpretò un passo della Scrittura alla luce degli eventi del suo tempo; poi diventa un moto filosofico nel II secolo che fonde il dissenso giudaico nella sfera dell'ellenismo, con lingua e categorie greche; infine è la fusione di questa teologia nell'alveo del diritto romano siamo nel III secolo e diventa il candidato a succedere alla civilizzazione romana». Un «guazzabuglio della storia» è pure Babbo Natale: «nella piazza della basilica di Digione, il 25 dicembre del 1951, il vescovo bruciò in pubblico una effigie di Santa Claus, icona del paganesimo. Babbo Natale giunge a noi, con tutti i suoi prodigi, dall'America, ma la sua origine affonda nei miti scandinavi e nei Saturnali romani e ancora più indietro, nel culto preistorico degli alberi».

Troppo intelligente per scandalizzarsi se la Francia ha svenduto la propria grandeur per un McDonald's, Debray, questo incrocio tra Cioran e Charlot, prende atto che l'Europa, ormai, «è una provincia americana», e che l'ecumenismo degli idioti e il buonismo ci hanno fatto irrimediabilmente dimenticare chi siamo. La civilizzazione americana ha una qualità diversa dalle civiltà precedenti: non s'impone tramite la persuasione culturale o la prevaricazione di una guerra. Essa «ha soppiantato l'homo politicus con l'homo oeconomicus». Propagata dai social, moltiplicata dalla bulimia digitale, questa è la prepotenza americana: piegati dal potere dei dollari, gli uomini «ormai ignorano la frattura che da Riga a Spalato ha separato l'Europa in Oriente e Occidente a causa del Filioque». Rispetto alla variazione degli indici di Borsa, la divisione tra Chiesa ortodossa e cattolica è una baruffa culturale irrilevante. In questo deserto di identità, il neo Presidente della Repubblica Francese Emmanuel Macron è «un prodotto pienamente americano», lo si capisce dal modo in cui assapora la Marsigliese, «non con le braccia lungo il corpo, ma con una mano sul cuore, scimmiottando il modo in cui i cittadini americani ascoltano il proprio inno nazionale».

Fu Paul Valéry, tuttavia, il santino di Debray, poeta sgargiante e pensatore intransigente, ad aver capito tutto prima di tutti. Nel 1919, nel saggio intitolato La Crise de l'esprit, il poeta scrive che «l'Europa aveva in sé di che sottomettere, e guidare, e regolare a fini europei il resto del mondo». Eppure, «gli sciagurati europei», rosi da «dispute paesane, di campanile e di bottega», da «gelosie e rancori da cortile», non sono stati in grado di «farsi carico su tutto il globo della grande funzione che nella società della loro epoca i Romani avevano saputo e sostenere per secoli. In confronto ai nostri, il loro numero e i loro mezzi non erano nulla; ma nelle viscere dei polli essi trovavano più idee giuste e coerenti di quante non ne contengano le nostre scienze politiche». Chapeu. Quanto a noi, bislacchi eredi dei Romani, beh, siamo americanizzati dalla Linea Gotica in poi, da quando Celentano imitava le nevrosi di Elvis e Cinecittà si tramutava nel vecchio West.

Commenti

giampiroma

Gio, 01/06/2017 - 09:53

purtroppo è vero.negli anni 80 il ministro della cultura francese Lang cercò di deamericanizzare la cultura francese (con un po di sciovinismo) ma non ci riuscì.L'america(cioè gli ebrei in quanto gli Usa sono una loro colonia asservita in tutto)non ha influenzato solo con l'economia ma con la comunicazione.prima con Hollywood e poi con la Tv ( e ora con internet)hanno imposto modelli di vita a tutto il mondo.ora visto che la Clinton ha perso si sono inventati termini come " fake news-postverità-hacker russi". ma loro è dall'inizio del 900 che spargono disinformazione SU TUTTO ,non solo in materia politica, ma economica e sociale etc L'unica speranza è la Cina,depositaria di una grande cultura, sperando che non si americanizzi anch'essa.

Ritratto di giovinap

giovinap

Gio, 01/06/2017 - 13:11

leuropa è periferia della cultura americana dagli ultimi anni del 700 .

Ritratto di giovinap

giovinap

Gio, 01/06/2017 - 13:21

"l'unica speranza è la cina"(quella che sta spendendo migliaia e migliaia di miliardi di dollari per armarsi fino ai denti e dove le sacche di povertà sul suo territorio ammontano a centinaia di milioni di cinesi) ma si sa la cina deve predere il posto della russia comunista che affamava e sterminava la sua popolazione per armarsi , ecco per che le sinistre , amavano tanto obama e speravano nella clinton , per che nella realtà speravano in altri 4 anni di assenza del potere americano in campo internazionale , gli è andata buca .

paolonardi

Ven, 02/06/2017 - 08:27

L'Europa e' schiava del cancro nto con Marx

paolonardi

Ven, 02/06/2017 - 08:45

L'Europa e' schiava del cancro marxista, derivato dalle filosofie di Kant, Hegel ed epigoni, quando ha abdicato alla dignita' dell'individuo scegliendo l'opprimente superiorita' dello stato. Mortficando l'individuo lo ha detesponabilizzato inseguendo via via le piu' sbillacche teorie che hanno giustificato l'affermarsi della sociologia come il "verbo", dimostrandosi figlie di una non-scienza. Non e' quindi una sorpresa che dove l' individuo e' piu' libero da vincoli possa esprimersi meglio e fare cultura piu' varia, piu' incisiva, piu' innovativa e piu' esportabile.

carlottacharlie

Ven, 02/06/2017 - 15:41

Lucido, Debray. Come sempre, d'altronde.

unz

Sab, 03/06/2017 - 01:39

l'Europa combatte 2 guerre terribili in 30 anni e scompare per sempre, dopo 2500 anni, dal centro del mondo. Da sempre fino alla fine dell'800 la cultura era fancese, tedesca, italiana, russa. Nella letteratura, nella musica. con la fine della 2 guerra mondiale l'europa stremata, distrutta e disarmata si consegna agli USA. E muore. L'europa di Mozart, Bach, Brahms, Listz, verdi, Gogol, Dostojesky, Voltaire, Manzoni diventa quella dei Beatles, dei Rolling Stones, dei best seller. Agli europei di allora mancó la lucidità di comprendere che i nuovi armamenti abrebbero portato la guerra ai civili, distruggendo i paesi e lasciandoli poi preda degli Usa e drll'Urss. Probabilmente gli storici troveranno prima o poi che tutti i movimentii terventisti furono finsnziati da chi aveva giá questo scenario come obiettivo geopolitico.

Maver

Dom, 04/06/2017 - 14:36

Molto pertinente la citazione a Paul Valéry in conclusione; alla sua visione di un'Europa erede immeritevole dell'Impero Romano, sebbene non nell'ottica di tanta vulgata attuale che vorrebbe tracciare un parallelismo fra la fine di quel mondo e il nostro. Roma Antica cadde per tralignamento dell'etica spirituale romana originaria mentre il sentore di fine imminente avvertito nell'odierno Occidenti è il portato del Liberal - Liberismo made in USA giunto al massimo compimento con la complicità del libertarismo dissolvente di sinistra. Né valgono le rimostranze incessanti dei liberal puri che non mancano di denunciare un eccessivo protagonismo degli Stati poiché questa è solo la cifra della mancanza di limiti che caratterizza la tecno-finanza attuale. Non basta lo strapotere mondiale della Globalizzazione? Evidentemente no.