"Se mi vuoi bene", le buone intenzioni sono importanti ma non bastano

Buoni sentimenti e saggezza malinconica sono gli ingredienti di una commedia corale dal sapore incerto ma che, rispetto ai soliti film di Brizzi, ha tracce di gradevolezza.

"Se mi vuoi bene", film che Fausto Brizzi ha tratto dal suo romanzo omonimo edito nel 2015, è una commedia drammatica che racconta di un uomo che trova nei legami affettivi la cura alla propria depressione.

Che l'opera sia ammantata di una visione in parte favolistica è evidente già nel suo ipotizzare una guarigione fulminea da una malattia come il male oscuro, ma del resto un ottimismo cercato e voluto si muove sottotraccia lungo tutto il film. Alla luce delle recenti vicende personali di Brizzi (una gogna mediatica legata ai temi del #metoo), questo ritorno alle origini, alla commedia sentimentale, dopo tanti titoli dalla comicità becera e spesso inefficace, sembra indicare che la sofferenza abbia in qualche modo giovato al regista: "Se mi vuoi bene" non solo ha alcuni momenti indovinati, come l'incipit, e un cast davvero nella parte, ma anche la capacità di trasmettere un messaggio positivo alla portata di tutti eppure mai troppo banale.

In una Torino ben fotografata e di conclamato fascino, vediamo Diego (Claudio Bisio), avvocato di successo, tentare il suicidio. Qualcosa va storto e l’uomo si trova a percepire il giorno dopo la fallita dipartita come fosse il primo della sua nuova vita. Complice la scoperta di un negozio, "Chiacchiere", che non vende nulla ma il cui proprietario, Massimiliano (Sergio Rubini), accoglie chiunque con gentilezza e ascolto, Diego riassapora a poco a poco la magia dell'esistenza. Il suo scopo ora è fare del bene alle persone care a lui vicine. Convinto di fare la cosa giusta, si reinventa deus ex machina e cerca di risolvere in incognito i problemi della madre, del padre, di sua figlia, di suo fratello, dell'ex moglie e di una coppia di amici. Le buone intenzioni però non bastano: i suoi maldestri tentativi di migliorare la vita al prossimo finiranno col peggiorarla.

La parte più riuscita del film è forse quella che anticipa la comparsa del titolo, un monologo d'apertura in cui Bisio, occhi dritti nella cinepresa, racconta la depressione in modo n po' naif e viene da chiedersi a chissà quante persone tra il pubblico stia parlando di qualcosa di familiare. Osserviamo il suo Diego chiamare in extremis parenti e amici, tutti troppo presi e pronti a congedarlo senza neppure chiedere il motivo della telefonata, perché spesso trovarsi a distanza di un click è una vicinanza fittizia.

La presentazione dei vari personaggi è lunga e sfilacciata ma lo spettatore sarà messo a più dura prova nella seconda parte del film, in cui il montaggio lascia a desiderare permettendo a lungaggini e ridondanze di affossare non solo il ritmo ma il già poco mordente del racconto. Ci sono scene inutili perché inserite per seminare un divertimento che tale non è, come quella in una Rage Room (stanza in cui dar sfogo alla rabbia) e almeno una battuta pesantemente pecoreccia che stona non poco, soprattutto vedendo coinvolta la sempre splendida Valeria Fabrizi.

Al ruolo interpretato da Rubini va il compito di dispensare piccoli spiragli di luce, discettando dell'importanza salvifica dell'ascolto, di come fare del bene dia senso alla vita e del fatto che a volte si debba accettare alcuni rapporti non funzionino, ma solo dopo aver tentato di ripararli con cura, amore e dedizione.

La morale di "Se mi vuoi bene" suona senz’altro molto didascalica ma resta utile perché pone l'attenzione su qualcosa di cui in molti fanno esperienza, ma spesso rimangono inconsapevoli: quando le cose non vanno come previsto può darsi che ci attenda una felicità diversa, addirittura più grande.