Se la politica rischia di deragliare sulla Street art (pubblica e popolare)

L' immagine simbolo di #occupypac la trovate sui social. Ivan il poeta, a cui si deve la celebre scaglia «chi getta semi al vento farà fiorire il cielo», arringa l'assessore alla Cultura di Milano, Filippo Del Corno, basito da come stanno virando le celebrazioni al Pac (concluse ieri) per il decennale della mostra Street Art, Sweet Art, unica-ultima-grande manifestazione pubblica dedicata a questo mondo. Atomo, altro mito del graffitismo italiano, ormai ultra cinquantenne in giacca e cravatta, aveva appena finito di leggere un volantino in cui si rivendicava «una seria politica sugli spazi agli artisti», «un cambio radicale del sistema repressivo verso il graffitismo illegale». Temi che l'assessore Del Corno dovrebbe affrontare essendo in rappresentanza della sinistra-sinistra in una giunta di sinistra. Soprattutto l'ultimo: conservare l'esistente, dato che alcune opere (si pensi a Banksy) non possono più essere considerate imbrattamenti. E l'idea di montare un sondaggio pubblico per decidere se tenere o non tenere il murales di Blu sulla facciata del Pac, plastica memoria della mostra del 2007, appare una sonora stupidata. Se Vittorio Sgarbi, all'epoca assessore, sostenne che i graffiti del Leoncavallo erano la Cappella sistina della contemporaneità, quello di Blu è il Giudizio universale, e cancellarlo equivarrebbe a cancellare un murale di Diego Rivera o di Sironi, significherebbe non capire l'arte contemporanea.

Il tema non è secondario. In una città «che sale», evoluta come Milano, che osanna nei propri musei civici Basquiat e Keith Haring, la street art dovrebbe essere centrale nella costruzione del paesaggio urbano come succede nelle metropoli di ogni latitudine: vedi l'artista francese JR che alle Olimpiadi di Rio de Janeiro ha stupito il mondo con due colossali tromp-l'oeil. Nel tempo del concettuale e del minimal, l'artista di strada assolve spesso la funzione di produrre arte pubblica e popolare, capace di raffigurare icone e miti della contemporaneità. La cinque giorni di confronto al Pac, uno spazio che tra l'altro da due lustri sta cercando una propria dimensione che non trova, potrebbe essere l'inizio di un nuovo corso come direbbe Ivan - «perché il sapere non s'accresce se non condiviso». Dedicare permanentemente il PAC alla street art sarebbe cosa buona e giusta, soprattutto perché facendo sedimentare la percezione del graffitismo come vera arte e prediligendone gli aspetti migliori e i rappresentanti più talentuosi, se ne limiterebbe la vis di subcultura antagonista i cui esisti spesso sono solo i muri sporchi e sfregiati da tag.

Commenti

Sabino GALLO

Lun, 13/03/2017 - 13:52

D'accordo! Inserire un poco di questa arte anche nei cessi pubblici mal frequentati migliorerebbe certamente il sacrificio di entrarci, in caso di necessità non rinviabile!