Segreti, paure, desideri e manoscritti Che cosa nascondono le nostre valigie

«Fare i bagagli» è un'arte e una passione: Susan Harlan lo teorizza

Il sogno sarebbe quello di somigliare alla signora di un dipinto di Jacques Joseph Tissot, Waiting for the Train (1871-1873 circa), cioè «aspettando il treno», cosa che la protagonista fa su una banchina completamente, meravigliosamente invasa dai suoi bagagli: bauli di varie fogge e dimensioni, cappelliera, valigiona, tutte splendide in quel cuoio antico con le iniziali, e poi un bellissimo mazzo di fiori colorati, una sciarpa-coperta, lo scialle, l'ombrello, la borsa... Insomma, la signora, elegante nel suo cappellino e apparentemente affatto sudata, ha un facchino al seguito, e questo in viaggio è fondamentale, perché significa che non ci si deve preoccupare del bagaglio: si può portare tutto ciò che si vuole, come Mary Poppins nella sua borsa miracolosa, tutta piena di qualsiasi cosa desideri anche se apparentemente vuota, anche se la signora del dipinto è stracarica, ma tanto non si deve appesantire e quindi, alla fine, il risultato è uguale (a parte per il facchino, si intende).

Viaggiare con un bagaglio illimitato, in beffa alle regole che già dal 1938, per intervento del Civil Aeronautics Board, affliggono i passeggeri dei voli, terrorizzati dallo spettro delle tasse extra, è un miraggio, che tale rimane, per tutti, tranne che per la signora del dipinto, ovviamente, e per le mogli degli sceicchi, e forse Paris Hilton. Ragione per cui Fare i bagagli, come racconta Susan Harlan nel suo saggio, o meglio nel suo «viaggio pratico e filosofico» (il Saggiatore, pagg. 168, euro 15), è un'arte, una passione, una teoria e, soprattutto, una applicazione serissima, che soltanto qualche superficiale può prendere sotto gamba, come l'autrice (professore di inglese alla Wake Forest University) spiega benissimo. Per esempio, già nella parola «bagaglio», in inglese baggage o luggage, si nascondono storie ben diverse: il baggage è il francese bagage, e rimanda ai pacchi allacciati alle carrozze; il luggage, invece, deriva dallo svedese lugga e significa, in origine, tirare i capelli a qualcuno e quindi, per estensione, tormentare, così come venivano provocati e torturati i poveri orsi che piacevano moltissimo al pubblico londinese (di qualsiasi rango). Ma il fatto è che le parole stesse sono valigie: come i vocaboli portmanteau, amati da Joyce e Lewis Carroll, «supercontenitori linguistici» che rimandano a certi vecchi bauli, divisi in due scomparti uguali. Dalla parola al libro il passo è breve; e infatti i libri, notava Sergei Dovlatov nel suo La valigia (che racconta di quando lasciò l'Unione sovietica, nel 1978), «hanno la forma di una valigia».

E poi, certo, alcune valigie contengono davvero parole, e libri: come quella persa da T.E. Lawrence nel 1919 alla stazione di Reading, che racchiudeva il manoscritto originale dei Sette pilastri della saggezza; o la piccola borsa che Hadley Richardson, prima moglie di Hemingway, dimenticò per qualche secondo alla Gare du Lyon di Parigi, e fu rubata, insieme ai Juvenilia dello scrittore (che continuò a lamentarsene per anni). Certo perdere il bagaglio è una delle paure tipiche di chi viaggia, ma non la peggiore, se si pensa al personaggio di una poesia Sinead Morrissey, «una vita così esigua, probabilmente esigua dal principio/ una patetica schiera di oggetti inutili/ entrerebbero tutti in una singola valigia». Da non pagare nemmeno più il sovrapprezzo.