Selvaggi, arcaici, violenti. Ecco i racconti di Quiroga

Segnato dai molti lutti e dalle tragedie, lo scrittore uruguaiano si immerse nel pantano dell'Amazzonia. Ne uscì con avventure perfette, ora in libreria

Uno dei più bei racconti di Horacio Quiroga s'intitola Le mosche e fa parte di una raccolta che si chiama, non a caso, Aldilà, stampata nel 1935, due anni prima della sua morte. Quiroga racconta la morte. Un uomo è «seduto, con il dorso appoggiato al tronco, immobile». Il tizio è inciampato nella foresta e «in un punto della schiena, non so quale, la colonna vertebrale mi si è spezzata». Il resto tre pagine nette sono i pensieri dell'uomo che muore, vividi, deliranti, angosciosi («Che istanti sono quelli in cui questa esasperata coscienza di star vivendo ancora lascerà il posto a un quieto cadavere?»). Il morto sente il ronzio delle mosche. Verdi, lucide, meticolose, «hanno già fiutato la prossima decomposizione dell'uomo seduto», cominciano a sfilarne la carne, come fosse un telo. Infine ed è qui il colpo di coda e di genio dello scrittore l'uomo avverte «una beata imponderabilità», si sente improvvisamente libero, leggero: è diventato una mosca, e avidamente s'immerge nel corpo che era stato il suo e che ora è il suo cibo. Narrare la morte è sempre stato il cruccio di Lev Tolstoj, l'audace intento è riuscito a uno scrittore di Montevideo senza alcun pedigree nobiliare, che giocava a fare il dandy e si è trovato a roteare il machete nella giungla, che ci ha insegnato, «pensa alla tua arte come a una vetta inaccessibile. Non sognare di dominarla».

Horacio Quiroga è stato uno degli scrittori più sfortunati del pianeta. Appena nato, gli muore il padre. Quando ha 12 anni assiste al suicidio del patrigno. Nel 1902 uccide incidentalmente, con un colpo di pistola, il suo miglior amico. A quel punto Quiroga, cresciuto nel mito di Parigi, pensa che l'Uruguay gli abbia dato danni sufficienti: nel 1903, insieme a Leopoldo Lugones, scopre il territorio di Misiones, base «dell'impero gesuita», quello delle avventure ecumeniche del Settecento eternate trent'anni fa nel film di Rolan Joffè, Mission. E lui, Quiroga, in cerca di redenzione ma anche di qualcosa da scrivere è proprio come il Robert De Niro di quel film (compresa la barba), si barcamena tra le sortite a Buenos Aires e la vita in quel luogo di frontiera, di fango, di creature sul limite della follia e di bestie guerresche. Ma la tragedia non lo molla e riprende a mordere il cranio di Horacio. Nel 1909 si sposa con Ana Maria e la trascina nella foresta: dopo cinque anni di stenti, la donna non ce la fa e si uccide lasciandogli in pegno due bimbi da crescere. Nel 1927 Quiroga impalma una ragazzina di trent'anni più giovane di lui. La divina non ci sta a fare la regina della giungla e dopo qualche anno lascia lo scrittore al denso ruggito della giungla.

Tutte queste tragedie, che avrebbero stroncato un bue, hanno avuto l'effetto, paradossale e corroborante, di sbalzare un genio del racconto. «Non iniziare a scrivere senza sapere fin dalla prima pagina dove andrai a finire»; «Non aggettivare senza necessità»; «Non scrivere sotto il dominio dell'emozione»; «Non pensare agli amici quando scrivi, né all'impressione che farà la tua storia», sono alcune delle regole allineate da Quiroga nel Manuale del perfetto scrittore di racconti pubblicato il 10 aprile 1925 dalla rivista El Hogar. Regole da qualunquista, vaghi vaniloqui, si direbbe, se non avessimo l'incendio dei racconti di Quiroga, selvaggi, arcaici, violenti. Se gli artisti parigini del Novecento copiavano l'«arte negra» per rompere con l'accademismo, per tentare una nuova via, una nuova verginità, Quiroga aveva la materia sotto gli occhi: «caldo opprimente», «grandi rocce a picco di arenaria rosa», bagliori di tigri, serpenti orgogliosi, il corso lento e letale del Paranà. Quiroga adorava Rudyard Kipling, Jorge Luis Borges disse di lui che «ha scritto racconti che aveva scritto meglio Kipling». Il veggente, per una volta, ha toppato. Kipling narra il dominio del cucciolo d'uomo sulle fiere e la Legge della Giungla. Quiroga accarezza il caos, racconta la morte.

Dispersa presso diversi editori (un lavoro pionieristico va riconosciuto a Editori Riuniti, che hanno stampato la bellissima raccolta Anaconda e i Racconti d'amore, di follia e di morte; per i bibliofolli si consiglia la deliziosa edizione Sellerio de Il tetto d'incenso), diseguale, l'opera di Quiroga, già celebrata da Julio Cortàzar (che lo riteneva un assoluto maestro del racconto, come Anton Cechov, Edgar Allan Poe e Franz Kafka), risorge in una nobile edizione Einaudi, Tigre per sempre (pagg. XVII-348, 24 euro), che però è pur sempre una scelta (Le mosche, ad esempio, manca), ma vivaddio di questi tempi. I racconti più belli sono quelli che hanno per protagonista Anaconda, «un giovane serpente lungo dieci metri, nel pieno delle forze», ma è superbo anche L'uomo assediato dalle tigri, quasi tutti stordiscono per afrore eccessivo. Horacio Quiroga, che desiderava la fama giunta, come sempre, postuma ma che preferiva la compagnia delle serpi a quella degli uomini, è stato uno scrittore di esiliati e di confini, di sconfinamenti nel delirio e nel dramma, una specie di Cormac McCarthy con la foresta pluviale al posto della frontiera. Con buona pace di Kipling, nessuno ha dato voce alle bestie come lui. Nel febbraio del 1937, roso dalla vita e dalla malattia, Quiroga, non poteva finire altrimenti, si uccise. Nel cuore abitano bestie più feroci di quelle che trottano nella foresta.