La separazione vista dalla parte dei figli

"L'affido" racconta le difficili dinmiche della separazione tra i genitori, viste con gli occhi dei figli

Il film inizia davanti a un giudice. Un uomo e una donna stanno discutendo dell'affidamento di Julien, il loro figlio undicenne. Un batti e ribatti tennistico di accuse, come se ne sono visti tanti.

Si intuisce che il padre, Antoine, è un violento; ha fatto del male all'altra figlia, maggiorenne (quindi, fuori dalla disputa), come dimostra un referto medico presentato in udienza. La madre, Miriam, è remissiva, costretta a subire, anche psicologicamente, la personalità dell'uomo. Lo teme. Tiene gli occhi bassi, sperando in una sentenza favorevole, che non ci sarà. Il giudice, infatti, concede i fine settimana al papà, nonostante le lacrime del povero Julien.

L'affido racconta un tema, purtroppo, ricorrente, come quello della separazione tra coniugi che trasforma le persone, tirando fuori, spesso, il peggio da loro. E pazienza se, di mezzo, ci vanno i figli, strumento del contendere, al di là dei loro reali voleri e bisogni. Ciò che conta, è averla vinta sull'altro. Una storia abilmente costruita per mostrare, con gli occhi di un ragazzino impaurito, frastornato, cosa significhi essere la pallina di questo ping pong.

Xavier Legrand, giovane regista francese, si affida, soprattutto, alla bravura di Denis Ménochet, l'orco burbero, violento e ossessivo (scacciato di casa, per il suo carattere, anche dal proprio padre, mentre la mamma, come se nulla fosse, gli chiede se abbia intenzione di fermarsi a cena) che pretende di imporre, alla famiglia, la propria legge di maschio Alfa. Quanto sia pericoloso lo si scoprirà nel tesissimo e riuscito finale, che inchioda alle sedie fino al non scontato epilogo. Ma altrettanto bravi sono Léa Drucker, la ex moglie e Thomas Gioria che riempie di pathos il suo undicenne.

Il film è riuscito anche perché Legrand non prende le parti di uno o dell'altro. Quello tocca al pubblico, anche se il simpatizzare per i più deboli viene spontaneo. No, il suo è un semplice raccontare i fatti, far capire che, in una separazione con affido, non ci sono mai vinti e vincitori. Una pellicola intimista, che mette a disagio, fa riflettere. A volte, certi pugni nello stomaco, fanno bene.

Commenti
Ritratto di Sergio Sanguineti

Sergio Sanguineti

Gio, 21/06/2018 - 11:25

Peccato che, in mezzo a tanta "obiettività" e "profonda commiserazione per le vittime usate come pallina da ping pong" nessuno osi apertamente ammettere l'esistenza del cospicuo business che ruota intorno ad affidi e separazioni, dove, a godere del reddito indotto, sono sempre più numerosi quelli che, su questo business, campano, nel cosiddetto "supremo e preminente interesse del minore"... Mica il loro, ben più vasto di quello del calcio, della droga e della criminalità organizzata. E dei 1.000 omicidi, suicidi ed infanticidi l'anno, in Italia taciuti, che dire?