Sermonti, il Virgilio che guidò gli italiani nel mondo di Dante

Le sue letture pubbliche della "Divina Commedia" furono un esempio di cultura pop. E un successo in tv

Chi ha avuto la fortuna di ascoltarlo tuonare e sussurrare i versi della Commedia dantesca sotto le volte di Santa Maria delle Grazie a Milano o di Santa Croce a Firenze - magari dopo aver fatto ore di coda o essere stato benedetto da un invito - non può che ricordarlo così: immerso in un canto, mentre cerca di strappare al quotidiano il volgo e portarlo agli inferi e in paradiso con il puro potere della parola che svela la parola. Vittorio Sermonti, il nostro dantista più autorevole, discreto e illuminato, si è spento la notte del 23 novembre. Aveva 87 anni ed era ricoverato a Roma soltanto da qualche giorno. E fino all'ultimo pensava che solo per qualche giorno si sarebbe staccato dal suo diario Facebook, su cui annotava indignazioni e assilli, citazioni e greguerias con la stessa meticolosa cura che avrebbe messo nelle chiose ad testo del Trecento: «I vostri commenti mi faranno compagnia». Perché chi ama la lingua non si fa fermare nemmeno dallo snobismo verso la tecnologia pur di comunicare quell'amore e Sermonti era scrittore (tra i suoi romanzi, La bambina Europa (1954) e l'ultimo, uscito quest'anno da Garzanti, Se avessero), poeta, drammaturgo, regista, giornalista e anche altro: insomma aveva ricoperto tutti quei ruoli che la lingua informa e contiene.

Discepolo di Roberto Longhi, docente di Italiano-Latino al liceo Tasso di Roma e di tecnica del verso teatrale all'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica, marito di Samaritana Rattazzi (figlia di Susanna Agnelli), da cui ha avuto tre figli, Maria, Pietro e Anna, e poi della scrittrice e poetessa Ludovica Ripa di Meana, fratello di Giuseppe Sermonti, genetista di fama mondiale, è una figura ancora del '900 eppure tutta proiettata a lasciare in eredità la bellezza al futuro. Si concentrò infine, tra tante possibilità, sul ruolo di divulgatore ed esperto di Dante e della sua Divina Commedia. Commedia la cui lettura e commento Inferno e Purgatorio con la supervisione di Gianfranco Contini, Paradiso con la collaborazione di Cesare Segre aveva non solo adattato per la scuola e per chiunque volesse avvicinarsi al capolavoro, ma messo in scena più volte per voce sola, la sua, e fatto vivere in performance potenti e trasgressive. Il 1 ottobre scorso sempre su Facebook aveva pubblicato, per ringraziare gli amici degli auguri di compleanno, la sua foto contemporanea accanto all'immagine di un Sermonti giovanissimo, eppure in fondo quasi del tutto uguale al suo sé più anziano: cravattina sottile, grande ciuffo ribelle e quel broncio, a sostenere ironia, profondità e sprezzatura insieme, che lo ha sempre distinto come colto senza intellettualismi. È stata proprio questa la qualità che gli ha permesso di tradurre la poesia in pensiero, senza paura che qualcuno potesse non comprendere.

Tra il 1987 e il 1992 ha registrato per Raitre l'intera Commedia, introdotta da cento racconti critici. Tra il 1995 e il 1997 ne ha replicato la lettura, ampliando le introduzioni, nella basilica di San Francesco a Ravenna, davanti a migliaia di persone di ogni età, ceto, grado di istruzione. Tra il 2000 e il 2002, aggiornando via via la parte critica, ai Mercati di Traiano e al Pantheon di Roma; dal 2003 al 2005 in Santa Croce a Firenze e in Santa Maria delle Grazie a Milano, poi a Santo Stefano a Bologna nel 2006. E poi letture di singoli canti in Svizzera, Spagna, Regno Unito, Argentina, Cile, Uruguay, Israele, Turchia. E tutto questo cominciò in anni in cui non solo i festival della letteratura, della poesia e della filosofia non segnavano le stagioni, ma nemmeno l'altro grande raccontatore di Dante, Roberto Benigni, aveva preso possesso del palcoscenico per portarne al pubblico i versi.

E di nuovo fu questo che distinse Sermonti: non ha mai rinunciato a nulla della complessità della Commedia o dell'Eneide di Virgilio o delle Metamorfosi di Ovidio, opere sulle quali ha fatto un altrettanto profondo e faticoso lavoro di apertura in versione per consegnarla al popolo. Non ha mai arrangiato la musica dantesca per orecchie facili. Né ha mai richiamato al proprio servizio il comico, il drammatico o la parodia per riassumerne le intuizioni poetiche. È stato possibile perché Sermonti apparteneva alla cultura e non il contrario: per questo ha attraversato il teatro, la radio, la televisione e anche Facebook senza timore né dell'alto né del basso. Per questo Pasolini, Bassani o Carmelo Bene, Paolo Poli, Vittorio Gassman o Goffredo Parise, erano prima di tutto amici e poi attori o scrittori, per lui, e i testi di Saffo o di Don De Lillo erano appunto testi, cioè contenitori di verità più che di cultura. E poteva dunque affrontarli, tradurli, commentarli, senza preoccuparsi di confini o infedeltà.

Commenti
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Beppe58

Ven, 25/11/2016 - 09:13

Un galantuomo. In questa povera Italia priva di guide spirituali e di uomini assennati, solo questi sempre più rari gentlemen impediscono il naufragio totale del paese. Oltre a questo, Sermonti ricordava a tutti quale ricchezza culturale e poetica possediamo, invidiata in tutto il mondo civile e imitata oltre ogni immaginazione.