Sertorio, le battaglie d'un antico romano contro Roma ladrona

Dall'esordio nel Foro alle campagne in Spagna. Storia di un ribelle conservatore

Daniele Abbiati

Volendo classificarlo politicamente usando le nostre categorie potremmo definirlo uno Spartaco borghese, o almeno criticamente vicino (fiancheggiatore suonerebbe male) ai polulares. O addirittura un fautore della «rivoluzione conservatrice», se pure con metodi e mezzi decisamente più spicci di quelli indicati dal pacifico e pacifista Hugo von Hofmannsthal. D'altra parte, chiamarlo semplicemente «repubblicano» indurrebbe i lettori meno giovani a pensare a Ugo La Malfa e Oddo Biasini, e non sarebbe proprio il caso... Al limite, con tutti i distinguo del caso (e il suo fu un caso davvero eclatante), ci spingiamo a parlare di grillino duro e puro. Più duro che puro, a dire il vero.

Perché per Quinto Sertorio, nato a Norcia nel 126 avanti Cristo, come per generazioni e generazioni di uomini prima e dopo di lui, quella politica era una carriera da costruire con poche, ma ferme e ben dirette, parole e con tanti, e altrettanto fermi e ben diretti, colpi di gladio. Egli non gode di una postazione in primissima fila nella schiera di coloro che fecero la Storia. Per questo Nelson Martinico (al secolo Giuseppe Ligotti) ha deciso di portarlo in primo piano, meglio, di offrirgli carta e penna, anzi pergamena e calamo, affinché racconti per la prima volta la propria, di storia. Le pergamene di Sertorio (Edizioni Spartaco - ma guarda che combinazione -, pagg. 384, euro 14) è dunque nella stessa misura un romanzo storico e una storia romanzata, dove le zone d'ombra che pure una profonda conoscenza dei fatti non possono evitare sono illuminate da licenze pertinenti che non tracimano mai nel facile campo del fantasy, ma restano nell'alveo del possibile, quando non del probabile.

Novello Plutarco, Martinico immagina di ricevere, nientemeno che dalle mani dell'imperatore Traiano, un tesoro da sgrezzare: le memorie, rinvenute in Spagna, dell'oratore e condottiero il quale, per difendere Roma dai romani parassiti, corrotti, corruttori e degenerati (nel senso che allo Stato volevano metterlo in quel posto), non esitò a muoverle guerra. E si getta a capofitto nel lavoro, seguendo dall'inizio alla fine la vita del Nostro. Dall'educazione rigida al brillante esordio, quand'era poco più che un ragazzino, nel Foro, dalle iniziali schermaglie alla prima e poi alla seconda, decisiva e fatale, campagna di Spagna. Senza trascurare la grana della Gallia Cisalpina (diciamolo sottovoce, proto-federalista); la non-vacanza in Costa Azzurra; l'incontro-scontro-alleanza con i barbari africani e iberici, gente che coniugava la crudeltà in battaglia alla sensibilità nel fare poesia; le botte di non santa ragione che si diedero le primedonne Mario e Silla; l'arguzia di un ragazzo che promette bene di nome Marco Tullio Cicerone e il talento politico mostruoso, al limite del divinatorio, di un altro giovane in rapida ascesa, Gaio Giulio Cesare.

«Vidi scorrere fiumi di sangue italico e di sangue romano, lo stesso sangue. Vidi fratelli uccidere i fratelli e intere nazioni scannarsi fra loro. Uscii da quel conflitto mutato e maturato, avendo capito che la guerra è prova di valore e di idiozia in parti disuguali, prevalendo la seconda sul primo, specie quando si sa in partenza l'esito finale. E imparai che una guerra sociale può scatenare al suo interno una guerra civile; che la guerra è parzialità, sopruso, ingiustizia quando è nutrita dall'aristocrazia del potere assieme alla superbia della plebe, miscela fangosa che mina l'idea di salute di quella cosa pubblica per la quale si dice di combattere; infine, che la guerra può essere eliminata solo con la guerra. Ed è questo il terribile strascico che mi porto dietro da allora. Ed è da allora che io mi sento romano di una romanità diversa».

Così medita, e scrive per mano di un Plutarco del XXI secolo dopo Cristo, Quinto Sertorio, duce iberico con la nostalgia per la Roma che era già antica ai suoi tempi. Lo sconfitto più vittorioso della Storia. L'inconsapevole traghettatore dalla Repubblica all'Impero. Era figlio di un sutor, cioè di un calzolaio. Gli fecero le scarpe con la solita congiura. Poi salì alla ribalta quel tale Cesare. E da lui incominciò tutta un'altra Storia.