Sesso, droga e soldi: la spericolata Wall Street del "lupo" Jordan Belfort

Al cinema l'incredibile storia del broker che visse da re scalando negli anni Novanta la finanza newyorchese: la firma del premio Oscar Scorsese e il sigillo di Di Caprio, unica star in giro al momento

Miliardario a 26 anni. In rovina a 36. L’incredibile storia di Jordan Belfort, il broker classe ‘62 che visse da re, scalando negli anni Novanta il mondo della finanza newyorchese, dal 23 plana sugli schermi con la firma del premio Oscar Martin Scorsese e il sigillo di Leonardo Di Caprio, l’unica, vera star in giro al momento.

Abbiamo visto il film in anteprima per voi e vi diciamo subito che sono due ore e cinquanta di puro, eccessivo, barocco, grottesco Scorsese: quindi vale la pena lasciarsi imbottire, per quasi tre ore,di droga, lusso,sesso e ogni eccesso. Compresa una tremenda tempesta di mare, affrontata dal rampante broker e sua moglie su uno yacht da 52 metri, un tempo appartenuto a Coco Chanel: c’è da correre a Montecarlo, poi in Svizzera, a nascondere le tracce dei soldi fatti in troppa fretta, mentre l’FBI sta addosso a Belfort (DiCaprio, alla quimta collaborazione con Scorsese) e ai suoi. Da ex-tossicodipendente, Marty, che fu lasciato dall’ex-moglie Isabella Rossellini perché lei non ne poteva più del suo survoltato stile di vita, sa di cosa parla, quando il suo “Wolfie”, il “Lupo di Wall Street”, si fa di Quaalude, mandandone giù pasticche “come caramelle”, oppure di “Lemmon”, micidiale sonnifero in voga negli anni Ottanta, che provoca euforia e delirio, se si riesce a rimanere svegli per il primo quarto d’ora; sniffando coca dal buco dell’ano di una modella o sui seni dell’amante e bevendo di tutto. È esilarante la scena della riesumazione del “Lemmon”, una forma di metaqualone le cui scorte si esaurirono negli Ottanta, ma che Donnie (Jonah Hill), il fido socio di Jordan, ha con sé: i due si strafanno (“brindano”: una pillola contro l’altra), mentre l’effetto delle pillole scadute tarda a farsi sentire. Ma, quando arriva, è la fine. Anche perché la Divisione Criminale dell’FBI ha messo sotto controllo il telefono di Belfort, la cui truffa “pump and dump”, “gonfia e sgonfia” azioni con false promesse e dati più accattivanti rispetto al reale, è venuta a galla.

"Non c’è alcuna nobiltà nella povertà", dice Belfort ai suoi "giovani stupidi e affamati", ragazze e ragazzi affascinati dalla sua personalità e che fanno a gara per lavorare nella di lui società, la “Stratton Oakmont”, una delle compagnie d’intermediazione finanziaria più spericolate d’America, con un fatturato di venticinque milioni di dollari a semestre. E gli occhi bevono quelle feste colorate e folli nell’ufficio di Belfort, con i nani usati come proiettili da scaraventare sul tirassegno al cui centro splende il simbolo del dollaro: ma attenzione, i nani sono irascibili. Quasi quanto il padre del “Lupo” (l’impagabile Rob Reiner), che sbotta pure quando gli squilla il telefono. Figurarsi quando papà Belfort - assunto per fare da cerbero a quel gruppo di forsennati della Oakmont,che fanno sesso in ufficio, in ascensore, alla toilette e poi ballano sui tavoli, dove abbonda la polvere bianca -, scopre i conti esagerati delle cene al ristorante. I movimenti di camera sono velocissimi, l’azione è frenetica e questa dark comedy contemporanea sul potere dei soldi – “Quando sei ricco, diventi una persona migliore: puoi anche sostenere la causa per salvare l’Allocco macchiato”, dice Belfort – ha un tono diverso dagli altri film scorsesiani. Uno si può anche stancare di seguire tanto survoltaggio, soprattutto verso la fine, quando ormai è chiaro che questo racconto sul denaro finirà male. Ma DiCaprio è bravissimo nel portarci, per mano, nel suo inferno: dita in gola per vomitare e ricominciare da capo, risse sull’aereo,valigette gonfie di verdoni, la sua famiglia che va in pezzi… "L’osceno si contrappone all’onestà. L’oscenità e lo scandalo sono presenti e ben evidenti, perché fanno parte della nostra cultura. Tuttavia, ritengo che tutto questo faccia parte di uno stile di vita, lo 'stile di vita dei ricchi e famosi'", nota Scorsese, messo sotto accusa da una parte della critica Usa, per aver reso così accattivanti certe atmosfere orgiastiche. Di fatto, quando il detective Denham (l’intenso Kyle Chandler), arrestato chi doveva arrestare, torna a casa in metropolitana ("con le palle che mi sudano e lo stesso abito da tre giorni", dice lui) e guarda gli anonimi passeggeri intorno a sé, gli sfigati della “middle class” come lui, chi è che fa miglior figura? Lui, il rigoroso agente in testa al quale Belfort scaglia aragoste dal suo yacht (idea di Leo), oppure Belfort, che sarà pure andato dentro per solo 22 mesi, grazie alla piena cooperazione con l’FBI, ma s’è goduto la vita, tra Ferrari bianche ed elicotteri personali? Sta al pubblico giudicare. Fatto sta che si ride e si sorride parecchio, qui, perché siamo mitridatizzati, soprattutto noi italiani, rispetto agli scandali della finanza.

Tra le scene di culto del film, occhio a quella del pranzo tra l’imbranato Jordan, all’inizio solo entusiasta telefonista d’una società di brokeraggio, e lo scafato Mister Hanna, broker interpretato magistralmente da Matthew McConaughey: la finanza è fuffa, polvere negli occhi della povera gente, spiega lui, e tanto vale scolarsi vodka Martini, fischiare e intonare un mugolio motivazionale, mano sul petto e fottere gli ignoranti. Già: i "fuck" e "fucking" si sprecano tra questi "bravi ragazzi" americani che, tra un’orgia e l’altra, hanno perso anche noi europei. Però questo film di Scorsese è molto più cattivo del suo Goodfellas (1990), storia di una gang di quartiere, e noi, ormai, abbiamo la pelle più dura dei gangster di Wall Street, un quartiere globale, dove "tra tori e orsi, stai sempre in una landa selvaggia" (sceneggiatura di Terence Winter, il principale sceneggiatore di Boardwalk Empire). Quanto alle musiche, da Prokofiev ai Ramones c’è quella colonna sonora adrenalinica che ci vuole.

Commenti
Ritratto di fritz1996

fritz1996

Gio, 16/01/2014 - 12:32

Insomma, un film che fa discutere, ma comunque un grande film, con quel punto di forza che da sempre contraddistingue le pellicole Usa: il rifiuto del facile moralismo. Rifiuto che nasce, in fondo, dalla fiducia americana nella capacità dell'uomo comune di giudicare da sé, senza che ci sia bisogno di qualcuno che gli illumini la strada: tutto il contrario della visione dominante in Europa (e in Italia), dove le "istituzioni", culturali e non, pretendono di ammaestrare il cittadino e di proteggerlo da se stesso con divieti e obblighi di ogni sorta.

82masso

Gio, 16/01/2014 - 13:31

fritz1996... ehm... Questo film parla di un soggetto che ha sottratto milioni di dollari ai risprmiatori americani, parla di un'uomo che ha fatto denaro illegalmente, lo sò che per voi può essere un modello ma ti posso assicurare che costui non impersonifica il "sogno americano". Se poi vuoi discutere che in Italia far impresa è diventato una chimera per la burocrazia e carico fiscale allora mi trovi d'accordo ciò non toglie che un'individuo sia, per questo motivo, giustificato di far fortuna al di fuori delle regole, parliamo di stato anarchico se la metti così.

Lietome

Gio, 16/01/2014 - 14:12

Cara Cinzia Romani, ho un solo appunto da farle al suo bell'articolo, se mi permette. Non sono assolutamente d'accordo con lei quando afferma che Di Caprio è al momento l'unica star in giro: le consiglio di guardare le performance di tutti gli attori protagonisti di American Hustler (Bale, Adams, Renner, Lawrence, Cooper) o di Cate Blanchette in Blue Jasmine. A mio modesto parere il cinema americano sta sfornando (o confermando) attori di immensa bravura e film ben fatti. Da noi in Italia si pensa quasi esclusivamente a fare cassa con storielle trite e ritrite spacciate per "commedia all'italiana" con attori e attrici arrivati lì quasi per caso e senza alcun merito (non faccio nomi per rispetto del lavoro altrui).

Ritratto di fritz1996

fritz1996

Ven, 17/01/2014 - 11:14

82masso: non volevo dire che il "wolf" sia un esempio positivo, ma solo che il film rispetta lo spettatore e lo lascia libero di giudicare da sé, senza pretendere di instradarlo presentando un cattivo stereotipato, stile fiction di Rai1 (non a caso, queste fiction, spesso realizzate dalla casa di produzione di quell'Ettore Bernabei che a suo tempo sosteneva la funzione pedagogica del servizio pubblico). Purtroppo, invece, in Europa e soprattutto in Italia, secondo una consolidata tradizione culturale che passa per il cattolicesimo, il giacobinismo, il fascismo e il comunismo, c'è sempre qualcuno che pretende di istruire e catechizzare il "popolo bue"...