Sesso, sole, farfalle. La Capri pagana di Norman Douglas tra scandali e libri

Erudito, ironico, appassionato di botanica, romanziere Lo scrittore inglese s'innamorò dell'Italia e scelse l'isola come "buen retiro2. La ribattezzò "Nepente", come la bevanda che fa dimenticare il dolore. E qui mor...

«Dunque, lei vuole andare a vivere in Italia?» aveva detto ironico il funzionario d'ambasciata incaricato dei visti turistici. La Seconda guerra mondiale era finita ormai da un anno, ma l'Inghilterra, che in teoria l'aveva vinta, si trovava a dover razionare, oltre il cibo e il riscaldamento anche l'espatrio. Andare all'estero significava meno sterline circolanti in patria, una sottrazione economica alla ricostruzione nazionale e insomma il civil servant autore di quella domanda stava dando più o meno del traditore al connazionale ottantenne desideroso di andarsene. Il vecchio si era limitato a fissarlo con degli occhi che, per quanto appannati, conservavano ancora l'azzurro balenio della sua giovinezza, e poi con calma aveva rimesso le cose nel giusto ordine: «No, non ha capito. Voglio tornare in Italia per morirvi».

Era la seconda volta che Norman Douglas voltava le spalle al suo Paese. La prima era stata, poco più che ventenne, nel 1892, e per circa mezzo secolo non ci aveva più rimesso piede. Aveva scoperto allora il Mediterraneo, l'ideologia mediterranea del sesso, del sole e degli otia, e l'aveva indossata come una seconda pelle. In quel mare e in quell'idea di civiltà aveva poi trovato l'isola che da sola racchiudeva l'uno e l'altra: l'aveva ribattezzata Nepente, la bevanda che nell'Odissea faceva dimenticare il dolore... Era Capri e a Capri, a La Petrara, aveva sognato di costruire la casa della sua vita: «Era un posto aereo, sospeso fra terra e cielo. Qui, si può trovare ancora la pace lontano dal mondo, qui si possono raccogliere le cose che ci sono rimaste e passare le ore sognando, aspirando l'inebriante profumo dei pini e ascoltando quella loro melodia teocritea, che non è propriamente un sussurro, ma un quasi impercettibile respiro: musica d'estate». Era «la terra delle sirene», Capri, dove spirava «il vento del sud» che lenisce ogni pena e insomma il suo volerci morire non era un capriccio senile, ma la conclusione di un percorso storico e geografico, sentimentale e culturale, etico nel suo fare dell'estetica l'unico valore degno d'essere seguito.

Il destino gli concederà ancora sei anni, o forse è meglio dire che al destino Douglas concesse ancora sei anni. Gli era venuta una fastidiosissima malattia della pelle, soffriva di vertigini e anche il camminare cominciò a essere prima faticoso, poi doloroso. A Frederic Prokosch che lo incontrò proprio in quegli anni, fece l'effetto di «una antica statua cadente, butterata dagli anni, ròsa dal sole e profanata dai graffiti di molte generazioni». Perché non rovinasse completamente al suolo, per un pagano quale era Norman c'era una sola cosa da fare: «Soffro giorno e notte e costituisco un fastidio anche per gli altri. Cinquanta grani di luminal saranno sufficienti ad ingannare. Per favore, accertati che io sia realmente morto e, se possibile, attribuisci le cause della mia fine a un attacco di cuore, in modo da salvaguardare la reputazione di Capri. Ettore ha le chiavi. Vale, N.». Al suo funerale partecipò tutta l'isola.

La casa dove si uccise, fu l'unica abitazione caprese che non avesse costruito o in quale modo rimaneggiato. Quello che all'inizio del secolo era stato un prodigo scialacquatore delle proprie sostanze e poi uno che alternava momenti di agiatezza a periodi di magra, alla fine degli anni Quaranta era scivolato lungo quell'argine dove la povertà guarda in faccia la miseria e si accorge che ha lo stesso volto. L'unica ricchezza che non gli venne mai meno fu quella degli amici e Villa Tuoro, nella via omonima, la casa dove si tolse la vita, apparteneva a una vecchia amica, Annie Winifred, che nel lasciarla dopo il divorzio al suo ex marito, aveva messo come clausola che le stanze al pianterreno fossero abitate da Douglas finché avesse voluto. In questo, «la terra delle sirene» tenne fede al suo nome.

Della colonia degli scrittori stranieri che fecero di Capri il loro buen retiro, Douglas fu il più grande. Non c'era in lui nulla di esibizionistico, nessuno snobismo, nessuna concessione alla stravaganza. Era un meraviglioso erudito, ma senza la pedanteria che ammazza l'erudizione e sempre con l'ironia che la salva dal trasformarla in esibizione. Appassionato di botanica come di mineralogia e di zoologia, aveva messo queste conoscenze al servizio di una filosofia che era insieme stoica ed epicurea, nella sua capacità di accettare i rovesci della vita e godere dei doni che quella stessa vita poteva dare. L'erudizione ha alla base qualcosa di fanciullesco, come ben si sa quando da ragazzini ci si appassiona a collezionare e catalogare pietre, rocce, conchiglie, monete, farfalle, libri... È una sorta di frenesia di conoscenza che già l'adolescenza disperde e la maturità dimentica, inseguendo nella professionalità un lavoro. Douglas rimase per tutta la vita il dilettante bambino per il quale il mondo era una scatola di sorprese.

Il suo primo contatto con l'Italia, ventenne nel 1888, era stato del resto con la stazione zoologica dell'Acquario di Napoli, e a Capri, dove si era recato per studiare l'adattamento dei rettili ai colori dell'ambiente circostante, si imbatté nelle lucertole azzurre dei Faraglioni. Capri fece su di lui lo stesso effetto: gli mediterraneizzò tanto il corpo quanto lo spirito.

Quando, nel 1904, decide di stabilirvisi, ha trentasei anni, un matrimonio fallito alle spalle, due figli, e la consapevolezza di essere nato in un secolo che non è il suo. Come ha scritto un suo biografo inglese, Richard Aldington: «Avrebbe voluto vivere nell'Europa del XX secolo come se si trovasse in un Paese del Medio Oriente all'età di Platone o dell'imperatore Adriano». Era un pederasta, Douglas, nel senso classico della parola, uno che amava i fanciulli, e questo è l'aspetto più scabroso della sua esistenza. In un bel libro che si chiama Capri pagana (La Conchiglia editore, 2007), Claudio Gargano riporta in proposito l'asciutto giudizio di Gore Vidal: «Usava comprare dalle famiglie ragazzini sui dieci anni (cosa gradita sia alla famiglia sia al bambino); li educava fino ai sedici, diciassette anni, poi li avviava al commercio o agli affari e si comprava un bambino nuovo. Il che oggi appare brutale; ma nel brutale Ottocento del misero Sud, Douglas era considerato una specie di santo».

C'è nella frase di Vidal qualcosa su cui vale la pena riflettere, perché in quegli stessi anni capresi, per un sospetto, infondato, di pederastia, l'industriale tedesco Alfred Krupp ci rimise la reputazione e poi la vita, vittima di una campagna di stampa furibonda. In Biglietti da visita, lo stesso Douglas vi accenna, riferendosi anche a se stesso, e lo fa con il tono di uno che aveva un'amoralità pagana del tutto sorda alla moralità, cattolica o protestante che fosse, dell'epoca: «L'Avanti, un giornalaccio socialista, non mancò di dedicare una prima pagina a me a ai miei misfatti. Per quel che mi importava: al diavolo la canaille! Non potevano ricattare me. Non potevano fare di me un caso politico». Detto in altri termini: «Fai sempre ciò che ti piace, manda gli altri all'inferno e sii pronto ad accettare le conseguenze».

Torniamo a quel 1904 in cui Douglas si stabilisce a Capri. La sua prima casa è Villa Monte San Michele, allora di proprietà dei Caracciolo, poi c'è la già citata La Petrara, rimasta però allo stato di terreno, con tanto di sentiero per arrivarci. Finisce i soldi, è costretto a venderla: «Dire addio a quel piccolo sito, la pupilla dei miei occhi, fu uno strazio, uno dei peggiori fra i tanti. Bisognava farlo». Infine, è la volta di Villa Daphne, in via Castello, sul versante orientale del Castiglione che sovrasta Marina piccola. Il primo piano venne intonacato come le altre case dell'isola, ma il progetto di Douglas prevedeva anche per esso il rivestimento delle pareti esterne con pietra naturale, «una specie di bugnato ben squadrato». Sul posto però quella tecnica è sconosciuta e bisogna affidarsi alla terraferma: così, arriva da Napoli Mastro Vincenzo. È giovane, è modesto, è gentile e confessa a Norman che anche a lui piacerebbe vivere a Capri. Ha solo da sbrigare qualche questione a casa e poi vi si trasferirà. Mastro Vincenzo finisce il pianoterra, attacca il piano superiore e poi un bel giorno scompare: «La polizia gli aveva fatto visita la sera avanti e se l'era portato via con il primo battello. Sentii dire che erano molto soddisfatti di averlo finalmente scovato. Era ricercato per duplice omicidio: madre e figlia». Il mite Vincenzo... Villa Daphne verrà venduta nel 1914.

C'è ancora spazio per Villa Behring, nel centro storico di Capri e, nel secondo dopoguerra, per un'abitazione messagli a disposizione dal sindaco Edwin Cerio a Unghia Marina, in prossimità della Certosa. Ma è fredda, mal riscaldata e a Douglas ormai la giovinezza ha smesso di sorridere e al suo posto ormai c'è l'unico peccato che sulla terra egli fosse stato disposto a riconoscere, l'unica inevitabile malattia: «Il vizio della vecchiaia». È sepolto nel cimitero acattolico, sulla lapide un verso di Orazio che recita: «Omnes eodem cogitur», andiamo tutti allo stesso luogo.