Sgarbi toglie il velo all'islam, ecco il festival «Babele»

Finora l'unica censura è giunta dal Vaticano: ha vietato l'uso di una foto col «Cristo risorto»

Comincia oggi a Padova «Babele a Nord-Est», rassegna di «idee, letteratura, confronti». È un festival letterario ma, dice il suo curatore Vittorio Sgarbi, «è tutto l'opposto dei soliti festival: ci sono dialogo e intrecci, non solamente autori che presentano i loro libri». Il dialogo principale è sul confronto (possibile o impossibile?, questo è il tema) fra islam e occidente. A discuterne sono islamici e cristiani, per esempio dopodomani, coordinati da Farian Sabahi, Shady Hamadi (giornalista e scrittore, che ha raccontato il dramma siriano ne La felicità araba e in Esilio dalla Siria) incontrerà Monsignor Franco Giulio Brambilla, arcivescovo di Novara, e dopo di loro Oscar Farinetti converserà di «cibo come diritto universale» con Monsignor Matteo Maria Zuppi, arcivescovo emerito metropolita di Bologna.

Oggi invece, giornata inaugurale del festival che si chiuderà domenica 23, si parla del velo, l'hijab, e se sia una imposizione o una scelta. Sul palco Michela Fontana, autrice di un reportage (Nonostante il velo) in cui ha intervistato decine di donne saudite, Padre Enzo Fortunato (direttore della sala stampa del Sacro convento di Assisi), Selin Sanli, giornalista turca, l'attivista tunisina Amina Sboui, che ha osato sfidare gli integralisti con una sua foto su facebook a seno nudo, con la scritta «il mio corpo mi appartiene», Giuliana Sgrena (la giornalista, sequestrata in Irak, ha appena scritto Dio odia le donne) e Filippo Maria Battaglia, autore del saggio Stai zitta e va in cucina. A partire dal velo islamico, Battaglia arriverà al maschilismo presente nelle società evolute, cioè la nostra, l'Italia del terzo millennio: «Le donne in politica sono giudicate dal loro modo di vestire, a differenza degli uomini - racconta - Dalla prima donna che entrò in parlamento nel 1948 e fu definita bionda e bella per poi parlare del suo tailleur, si arriva all'insediamento al governo del ministro Boschi, quando, ancora una volta, si parla del suo tailleur blu elettrico: in più di sessant'anni non è cambiato niente».

Si parla di islam, donne, velo, dialoghi possibili o confronti impossibili; eppure, «paradossalmente» fa notare Sgarbi, «la censura non è arrivata dall'islam, ma dalla chiesa cattolica». Questo perché all'inizio, racconta Sgarbi, il manifesto ideato per «Babele» era una foto scattata in Vaticano durante l'incontro fra il grande imam della moschea di Al-Azhar, Ahmad Al Tayyib e Papa Francesco, «ritoccata» però in modo che il Cristo risorto del Perugino, dipinto che si trova nella sala (ma non si vede nella foto originale), apparisse al centro fra i due: «Per caso il fotografo ha fatto coprire il Cristo dal corpo dell'imam, io l'ho solo rimesso in asse, come appare in decine di foto in quella sala - dice Sgarbi - La foto è così bella, l'imam ha quella faccia arguta... Ma, per l'Osservatore romano, che detiene i diritti sull'immagine, in quel modo il Cristo è troppo preminente». Ecco la polemica: «È assurdo. Per il politicamente corretto non bisogna dare troppo rilievo al Cristo risorto. Dopo vari tentativi con l'Osservatore romano ho desistito. Avrei voluto usare solo la foto senza ritocco, ma al Segreteria di stato vaticana ha detto che non potevamo usare l'immagine del Pontefice. Così abbiamo cambiato del tutto il manifesto».

Di altro tenore è la polemica locale-politica che riguarda il festival stesso, ovvero la decisione del comune di Padova (che lo organizza) di cancellare la rassegna precedente, la Fiera delle parole curata da Bruna Coscia e affidare una kermesse a Sgarbi: «L'anno scorso c'è stata polemica perché il comune ha suggerito dei nomi - spiega il sindaco Bitonci - È stata presa come un'ingerenza, un diktat, ma la verità è che quest'anno il festival è ancora più libero e aperto dell'anno scorso. C'è anche Bertinotti. E quando Sgarbi mi ha chiesto di invitare Luxuria ho detto di sì: per me l'importante è che ci sia un confronto. Qualcuno sperava che non fossimo in grado di organizzare una rassegna letteraria di spessore, invece...».