Da Shorter a Clapton, così lo cercavano all'estero

Il 26 giugno 2010 è uno dei pochi eletti a salire sul palco del Toyota Park di Chicago, per il Crossroads Festival organizzato da Eric Clapton, dove incrocia le chitarre con star come l'eroe del blues Joe Bonamassa e Robert Randolph. Esattamente un anno dopo è in concerto con Eric Clapton a Cava dei Tirreni dove, davanti a più di quindicimila persone in delirio, eseguono in coppia classici come Layla, Cocaine, Wonderful Tonight ( con una strofa tradotta in italiano). Pino Daniele, simbolo della «napoletanità» più creativa e moderna, era fatto così. Riusciva a sedurre anche le più grandi rockstar con quel suo modo di suonare virtuosistico ma al tempo stesso sobrio, agile ma soprattutto colorato e simbolista. La sua chitarra trasudava blues ma aveva il respiro dell'improvvisazione jazz, profumava di melodie mediterranee ma aveva il sapore avventuroso della musica etnica. Un cocktail che lo ha portato ad essere uno dei nostri artisti più internazionali.

Non da oggi, non da quando è diventato una star; lui e il «tarumbò», come venne definito il suo miscuglio di blues, rock e tradizione folklorica, già nel 1982 fecero impazzire Wayne Shorter (principe dei sassofonisti jazz al fianco di Miles Davis, fondatore dei Weather Report e oggi splendido solista) che lo affiancò nel dimenticato album Bella 'mbriana (c'era anche il bassista Alphonso Johnson proveniente dallo stesso «giro» americano). Non era un chitarrista appariscente, superveloce, scenografico; la sua chitarra parlava il linguaggio delle emozioni e si sposava a meraviglia con quella eclettica di Pat Metheny, di cui si ricordano meravigliosi ed eleganti duelli elettrici come testimonia il tour europeo del 1995 e brani in collaborazione come una versione jazzy di A me me piace o' blues. Molti altri artisti jazz sono rimasti affascinati dal sound di Pino Daniele, come il pianista Chick Corea, anch'egli instancabile sperimentatore di suoni e visioni, con cui ha scritto brani quali Si cily, oppure il grande Gato Barbieri, uno dei primi a credere in lui nel 1982. Anche Richie Havens, guru folk blues di Woodstock (fu il primo a salire sul palco intonando una rivoluzionaria versione del gospel Sometimes I F eel Like a Motherless Child reintitolata Freedom) non ha saputo resistere all'intrigante melange sonoro di Pino, e si è unito a lui in concerti ed album come Common Ground.

Anche nel mondo del rock, da cui cercava sempre in qualche modo di smarcarsi, Pino Daniele era molto quotato. Nel 1989 fu l'unico italiano a partecipare al tour «The Night of the Guitar» esibendosi accanto a leggende della chitarra come Randy California (fondatore degli Spirit, che all'epoca avevano i Led Zeppelin come gruppo di apertura dei loro concerti), Robby Krieger dei Doors, Phil Manzanera dei Roxy Music, Steve Hunter (noto per le sue schitarrate al fianco di trasformisti del rock come Alice Cooper e Lou Reed), Leslie West, ex leader dei Mountain tornato da poco con due splendidi album rock blues. Negli ultimi anni, a parte quelle con Eric Clapton e con il giovane Joe Bonamassa (che ha riportato il blues nelle classifiche di vendita) le collaborazioni di Pino si erano diradate. Aveva pensato di unire il suo «neapolitan blues» al rap duettando con J-Ax e «allevando» artisti come Clementino e Rocco Hunt. Chissà quante altre sorprese ci avrebbero riservato le sue curiosità sonore...