"Il signor Diavolo", il ritorno all'horror di Pupi Avati

Il nuovo film del regista ottantunenne è un'opera raffinata d'ambientazione campestre e d'atmosfera gotica, in cui il terrore emerge da un'indagine sulla seduzione del male.

Più di quarant'anni dopo il cult "La casa dalle finestre che ridono" Pupi Avati torna all'horror con "Il Signor Diavolo".

Il film è tratto dall'omonimo romanzo del regista (Guanda Editore) e vede ambientata nella provincia padana degli Anni 50 una storia a dir poco inquietante, relativa all'omicidio di un adolescente, Emilio (Lorenzo Salvatori), ritenuto indemoniato dal suo assassino, il coetaneo Carlo (Filippo Franchini), a sua volta influenzato a crederlo da una suora e da un prete. Il caso desta l'attenzione e la preoccupazione dei vertici della DC, poiché si ritiene possa costare voti nel cattolicissimo Veneto. La madre della vittima (una magnifica Chiara Caselli), infatti, appartiene a una famiglia localmente molto potente e, dopo l'accaduto, è risoluta nel voler appoggiare politicamente gli avversari della Chiesa. Per prevenire la moria dei consensi viene inviato in loco un giovane funzionario ministeriale (Gabriele Lo Giudice) con la missione di evitare il coinvolgimento di esponenti del clero nel procedimento penale in corso. Durante il viaggio in treno verso Venezia, l'uomo consulta i fascicoli processuali nei quali è ripercorsa l'intera vicenda. E' proprio con l'espediente narrativo dei flashback nati dalla lettura di queste carte che scorrono sul grande schermo avvenimenti alla cui ricostruzione è dedicata la maggior parte del film.

Avati mette in scena una storia cupa, infarcita di archetipi della sua infanzia e di cristianesimo arcaico, in cui si racconta di preti più vicini al diavolo che all'acquasanta, di pratiche rurali, paure ataviche e oscurantismo religioso. Sempre in bilico tra soprannaturale e superstizione, tra significati evidenti e reconditi, il "Signor Diavolo" ha nella sinistra sacralità del male il suo elemento fondante. Il potente fascino macabro dell'opera è costruito con lavoro certosino, mettendo assieme dettagli inquietanti perché realistici: inquadrare una calza smagliata o della forfora dona cioè verosimiglianza a situazioni in cui si discetta di argomenti solitamente poco reali.

"Il Signor Diavolo" è incentrato su un'indagine nebbiosa e paludosa come i luoghi in cui è portata avanti. In una sorta di liturgia dell'ambiguità, Avati accosta elementi contrastanti: luce e tenebre, sacro e profano, bene e male, verità e menzogna. Colte da una fotografia scura e gelida, queste antinomie si rivelano dualità i cui poli si trovano a cangiare l'uno nell'altro, proprio come nella luttuosa e potente signora interpretata dalla Caselli, ibrido impareggiabile tra una mater dolorosa e un'erinni.

Il cattolicesimo che associa il maligno al porco e sconfina nella superstizione, il sagrestano che intima "alle persone cattive bisogna portare il dovuto rispetto", la convinzione che ogni deformità (come i denti di Emilio) nasconda una natura demoniaca e che un gesto anche accidentale (pestare un'ostia) possa contenere un sacrilegio irrimediabile, costituiscono alcune delle pennellate con cui il maestro Avati tratteggia un affresco torbido e disturbante.

Il tocco autoriale del regista sposa l'interesse antropologico per la cultura contadina e la fascinazione per il misticismo primitivo che la caratterizza, però si fa sentire anche nella poesia di tante raffinate immagini, come quelle dedicate ala scoperta del femminile, al vissuto simbiotico di certe amicizie, alle sabbie mobili emotive di una perdita.

Nessun personaggio sembra attraversare saldo e integro il corridoio di misteri, depistaggi ed esorcismi che conduce alla verità rivelata nel finale: lo stato alterato di coscienza derivante dalla prolungata esposizione a credenze popolari diventa ottusa crudeltà in alcuni e manipolabile fragilità in altri.

"Il Signor Diavolo" coglie in maniera stupefacente un piccolo mondo imbevuto d'ignoranza prima che di senso del magico e del divino, in cui il confine tra innocenza e mostruosità è labile e perciò terrorizzante.