Solo lacrimucce e retorica Gli editori non osano più

Nei romanzi ci sono immigrati buoni, storie edificanti, impegno: sarebbe interessante raccontare anche l'altra faccia della realtà...

Giovanni CoccoI mmigrati buonissimi, storie lacrimevoli, eroi della lotta partigiana. L'equazione buoni sentimenti uguale successo commerciale sembra essere diventato uno dei segreti dell'industria culturale italiana. Negli ultimi anni abbiamo assistito al boom in libreria di quei romanzi che hanno come tratto comune una vicenda esemplare quando non sfacciatamente edificante e, di contro, la disaffezione per quei libri, di levatura superiore, premiati dalla critica ma non dal pubblico (su tutti, il formidabile Elisabeth di Paolo Sortino edito da Einaudi nel 2011). Veniamo alla casistica.Il primo modello è quello della storia che ha come protagonisti gli immigrati. In principio fu Nel mare ci sono i coccodrilli. La storia vera di Enaiatollah Akbari (Baldini Castoldi Dalai, 2010) di Fabio Geda, un successo da oltre 400mila copie ottenuto grazie al passaparola e a una longevità editoriale che non sembra esaurirsi. Protagonista del romanzo di Geda è un ragazzino afghano che approda in Italia dopo un lunghissimo viaggio dal Pakistan all'Iran, dalla Turchia alla Grecia. Poi è stata la volta di Giuseppe Catozzella e del suo Non dirmi che hai paura (Feltrinelli), finalista al Premio Strega 2014, bestseller da 100mila copie. Catozzella racconta le avventure di Samia, una ragazza di Mogadiscio che intraprende un viaggio di ottomila chilometri con il sogno di vincere le Olimpiadi. Romanzi perfetti, sia detto fuori dai denti, come nel caso di Catozzella (che può vantare traduzioni in tutto il mondo), e non privi di valore letterario. Il punto è un altro: perché non esistono anche romanzi che raccontano l'altra faccia della medaglia sullo spinoso tema dell'immigrazione? Perché nessun autore italiano si è mai cimentato con una storia come quella di Kabobo, il ghanese che nel maggio del 2013 uccise a picconate tre passanti nel quartiere Niguarda di Milano o con i numerosi episodi di cronaca nera che hanno per protagonisti persone provenienti da altri Paesi? È evidente che lo straniero, almeno nella letteratura corrente, funzioni meglio quando scatena buoni sentimenti. Il pericolo del buonismo e della mancanza di pudore, in effetti, è sempre in agguato. Specie nei libri tratti da una «storia vera» che, in quanto tale, garantisce l'attenzione costante dei media. Un caso a sé, in questo senso, è stato il bestseller di Fulvio Ervas Se ti abbraccio non avere paura (Marcos y Marcos, 2012), ispirato alla storia di Andrea, un ragazzino autistico, e del padre Franco, che decide di portarlo a spasso per le Americhe a bordo di una moto. Lontanissimi i tempi in cui il grande Giuseppe Pontiggia licenziava un romanzo sofferto e delicato come Nati due volte (oggi disponibile negli Oscar Mondadori), che raccontava la complicata vicenda di una famiglia alle prese col figlio portatore di handicap.Alla tentazione del buonismo non sfuggono nemmeno i numerosi romanzi ispirati a eroi della storia patria, soprattutto quando questi ultimi vengono utilizzati in chiave strumentale o ideologica. È il caso di Mandami tanta vita di Paolo di Paolo (Feltrinelli, 2013), ispirato alla vicenda umana e intellettuale di Piero Gobetti, o di Paola Soriga, Dove finisce Roma (Einaudi, 2012), che racconta le gesta di una staffetta partigiana, o ancora, alla miriade di testi infarciti di retorica patriottarda pubblicati in occasione del centenario della Grande Guerra. Alla tentazione non sfuggono nemmeno alcuni titoli di ottimi libri. Vedi il titolo Il Romanzo della Nazione (Feltrinelli, 2015) affibbiato all'ultimo romanzo di Maurizio Maggiani, lui sì un grande scrittore: davvero non si poteva sentire. Quanto ai romanzi sentimentali o «di formazione», o ai cosiddetti romanzi «operai», la lista sarebbe lunghissima e ve la risparmiamo. La domanda sorge immediata: quando sarà possibile leggere in Italia qualcosa di simile a Le benevole di Jonathan Littell?Cosa hanno in comune tutti questi romanzi? Tutti, alla lunga e grazie all'enorme battage pubblicitario, sono diventati libri per le scuole. Spesso con il beneplacito di una classe insegnante pronta a sposare la logica dell'ostentazione dei buoni sentimenti, specie quando quest'ultima si impregna di «impegno civile». Le letture consigliate ai ragazzi delle scuole fino a qualche anno fa erano Se questo è un uomo di Primo Levi o L'amico ritrovato di Fred Uhlman. Intere generazioni si sono formate sulla trilogia de I nostri antenati di Italo Calvino. Quando andava male ci si accontentava di Siddharta, il polpettone orientaleggiante e misticheggiante di Herman Hesse.Come abbiamo visto, oggi le cose vanno in maniera diversa. Non si tratta di esprimere un giudizio di valore quanto di individuare una tendenza. Il pubblico italiano, e ancora prima le case editrici, sembrano essere disposte a recepire storie «forti» solo quando provengono dall'estero (è il caso, ad esempio, de L'avversario di Emmanuel Carrère, pubblicato da Adelphi), mentre preferiscono non osare troppo quando si tratta di autori italiani. Mancanza di coraggio? Ai lettori l'ardua sentenza.Rimane il fatto che gli scrittori italiani saprebbero scrivere anche libri scomodi e ambiziosi: un nome per tutti, il saronnese Andrea Tarabbia, di recente tornato in libreria con Il giardino delle mosche (Ponte alle Grazie), ispirato alla vita del pluriomicida Andrej Cikatilo.