Sorbetti, polpette e versetti, la poesia va presa di pancia

Un saggio letterario-gastronomico sull'eterno legame fra l'arte della cucina e quella del racconto

Gabriele d'Annunzio era poco più che adolescente quando, al Collegio Cicognini di Prato, promosse e guidò una ribellione contro la polpetta. Giacomo Leopardi, invece, aveva undici anni quando compose i versi dell'invettiva satirica Contro la minestra: «Ora tu sei, Minestra, de' versi miei l'oggetto,/ e dir di abbominarti mi apporta un gran diletto». Eugenio Montale, che esercitò la critica letteraria ma gustò anche quella gastronomica, scrisse un curioso Cenone mentre attendeva di sedersi a tavola per la gran cena di San Silvestro e in quelle strane righe, da non molto tornate alla luce, si professava seguace del poeta di Recanati e della sua lingua: «Nacqui lurco, mi adusai alla voragine del gargarozzo (mi giustifico sempre coi gelati di Giacomino); numerosi Sapienti mi predissero il Terzo Cerchio. Candida Gina, la Musa al liminare mi salverà per il rotto della cuffia. Eugenio Montale goloso come Leopardi».

Ed ecco Cesare Pavese e le sue ciliegie nel racconto del Lessico famigliare di Natalia Gizburg: «Pavese, quella primavera, era solito arrivare da noi mangiando ciliegie. Amava le prime ciliegie, quelle ancora piccole e acquose, che avevano, lui diceva, sapore di cielo. Lo vedevamo dalla finestra apparire in fondo alla strada, alto, col suo passo rapido; mangiava ciliegie e scagliava i noccioli contro i muri con un tiro secco e fulmineo». E che dire di Italo Svevo che nel contratto matrimoniale - sì, proprio così: contratto matrimoniale - al punto tre scrisse: «Livia promette di fare buoni pranzi con maggiore quantità di patate fritte». L'autore de La coscienza di Zeno amò la letteratura, le patate fritte e la moglie della quale nel Diario per la fidanzata annotò: «La mia sposa è un bonbom ed io spero che mangiando i miei denti marci risaneranno. La mia sposa è un frutto maturo che madre natura mi gettò in grembo e là stia». E passando dalla sposa di Svevo alla moglie di Giuseppe Tomasi di Lampedusa si può leggere, scegliendo fior da fiore e portata da portata, un passo della lettera che l'autore del Gattopardo scrisse la domenica di Pasqua 1942 alla sua Licy dalla villa di Capo d'Orlando: «Sono arrivato venerdì sera, alle quattro del pomeriggio, accolto da enormi tazze di vero cioccolato con panna montata e brioches. Hanno un nuovo cuoco eccellente, ma che purtroppo partirà tra quindici giorni. Ti racconterò il menù di una sola cena ma tipica: lasagne col sugo di carne, carne trita e ricotta; vol au vent di pasta sfoglia con aragosta e latticello di pesce; cotolette panate con patate alla crema, piselli al prosciutto e una straordinaria torta su ricette di Escoffier: pasta sfoglia, crema molto leggera e ciliegie candite. Il tutto appena tiepido, e nelle quantità abituali».

Tutto questo bendidio salta fuori da un libro sorprendente, metà pancia e metà poesia, concepito per palati fini ma anche di bocca buona che sappiano gustare insieme la buona tavola e la buona letteratura: La poetica della pancia. Viaggio gastronomico nell'anatomia letteraria degli scrittori italiani dell'Otto-Novecento (Edizioni ETS). Lo ha scritto Costantino Massaro, un professore di liceo classico, che usa la forchetta come fosse la penna e la penna come fosse la forchetta perché tra i cinque sensi è il gusto «il più efficace mezzo di conoscenza del reale» ed è nella bocca che cibo e letteratura s'incontrano: «La cavità orale, infatti, è il luogo del piacere gustativo, ma anche lo spazio dal quale la parola viene fonicamente creata e pronunciata». Ne è venuto fuori un testo per davvero «obliquo ed irregolare», come dice il suo cuoco, oh, pardon, autore, perché per alcuni versi è un libro di erudizione per le tante notizie e i tanti aneddoti che presenta, ma per altri versi è un libro di critica letteraria in cui il cibo degli scrittori diventa materia letteraria e, a sua volta, la letteratura diventa cibo per la fantasia e il buongusto e, insomma, La poetica della pancia è buona letteratura e leggerlo è come «mangiare due volte», anche se sembra che non ci si sazi mai.

Ritorniamo a Gabriele d'Annunzio e La concione contro la polpetta: «Già più volte nel refettorio io avevo capitanato ammutinamenti clamorosi, con nacchere di scodelle e pifferi di caraffe, contro la triplice e anco la quadruplice portata settimanale delle polpette a mensa». Il piccolo poeta-soldato va all'assalto della polpetta. Perché, cosa voleva mangiare? D'Annunzio, che aveva paura di mettere su pancia, teneva per la cucina tradizionale e per piatti genuini ma, soprattutto, teneva per la sua cuoca Albina Lucarelli-Becevello alla quale confidava tutto e alla quale poteva chiedere ogni prelibatezza. Alla vigilia della quinquennale ricorrenza della Beffa di Buccari, 10 febbraio 1923, le dedicò questa ambigua filastrocca: «A suor Albina che fa la Galantina/ e fa la Gelatina/ e fa la Patatina/ e fa la Minestrina/ e il petto d'Agatina/ tutto alla buccarina/ con l'arte sua divina».