Sotto le macerie del Muro Un viaggio a ritroso nei segreti della Stasi

Nel romanzo di Andrea Purgatori riemerge la Guerra fredda. Che forse non è ancora finita

Avete voglia di leggere una spy story che rimandi agli autori classici del genere, a partire da John le Carré? Allora il primo romanzo di Andrea Purgatori, Quattro piccole ostriche (HarperCollins, pagg. 302, euro 18,50) fa per voi.

La trama, infatti, si dipana, come una scossa sismica, da quelle linee di faglia, mai completamente chiuse, che la Guerra fredda ci ha lasciato in eredità.

La narrazione inizia (quasi) dalla fine. Il 31 ottobre 2019 un diplomatico russo, di nome Egor Abalin e di stanza a Berlino, esce dall'ufficio per godersi la sua pausa pranzo. Costretto a una ferrea dieta anti diabete, questa è la sua giornata di libertà gastronomica mensile, a base di döner kebab. Non se la godrà: uno sconosciuto lo uccide sparandogli con una vecchia pistola Makarov. Perché?

È quello che si chiedono gli agenti dell'anti terrorismo tedesca, a partire dal commissario (di origine italiane) Nina Barbaro. I russi vorrebbero un caso chiuso in fretta, suggeriscono di indirizzare le indagini verso l'Isis e il terrorismo islamico. Ma qualcosa a Nina e ai suoi uomini non torna, né nelle modalità dell'omicidio che sembra portare la firma di un professionista, né nelle rivendicazioni posticce che iniziano a circolare online come su richiesta.

Se la polizia ha dei dubbi, due ex agenti della Stasi, Markus e Greta, hanno delle certezze. Hanno lavorato prima della caduta del Muro a un progetto segretissimo, noto come «Walrus». I loro destini dopo lo sfaldamento della Germania Est sono stati molto diversi. Markus ha annusato l'aria in tempo, se l'è data a gambe cambiando identità e capitalizzando i fondi segreti della Stasi in un tenore di vita che molti occidentali si sognano. Greta, un tempo bellissima e amante di Markus, è rimasta in patria, ha pagato sulla sua pelle il fallimento dell'ideologia totalitaria, è stata coerente, non ha voluto sconti, si è fatta metaforicamente sommergere dalle macerie del crollo del regime e del suo vallo di cemento. Entrambi, però, a partire proprio da Greta, si rendono conto che un grave pericolo sta tornando a galla dal loro passato e che qualcosa devono fare...

Raccontare di più sarebbe far un torto al libro di Purgatori che vive di suspense e disvelamenti ben calibrati. Quello che si può invece dire è che l'autore - una lunga carriera da giornalista d'inchiesta e da sceneggiatore - costruisce una spy story intrigante che non abusa mai della sparatoria e del gadget alla 007. Come spiega al Giornale: «Nel corso della mia carriera giornalistica ho conosciuto troppe spie perché mi divertisse una narrazione irrealistica, nessuna di quelle che ho conosciuto aveva l'aria di James Bond. Piuttosto mi ha sempre affascinato la sede della Stasi che ho visitato e quella parte dell'archivio segreto che è andato distrutto. C'è un buco nero della memoria collettiva che non è stato mai indagato a fondo». Come affascina Purgatori il fatto che gli strascichi della Guerra fredda si presentino, carsicamente, anche nel nostro presente. «Continuiamo a esserci dentro sino al collo, basta pensare al Russiagate... O al sommergibile in cui sono da poco morti 14 marinai russi. È molto probabilmente un mezzo utilizzato per operazioni speciali di intelligence».

Quanto al passare per la prima volta al romanzo: «Ho sempre fatto inchieste o scritto sceneggiature. Nelle inchieste parlano i fatti, nelle sceneggiature i dialoghi e le espressioni dell'attore. Questa volta volevo portare il lettore nella mente dei personaggi e puoi farlo solo con la scrittura di un romanzo». E in effetti Purgatori ci riesce, soprattutto coi personaggi femminili, alla fine gli unici che nel romanzo hanno il coraggio di assumersi davvero la responsabilità del gioco sporco che hanno dovuto fare. In nome di un ideale o della sopravvivenza.