Sotto la superficie della Storia c'è ancora l'"eterna Spagna"

Cicala racconta una terra per noi "estranea e familiare", che ha le sue radici nel continuo dialogo con la morte

Ancora negli anni Settanta del XX secolo, noi italiani guardavamo alla Spagna con l'affetto protettivo di un fratello maggiore. Erano come noi, gli spagnoli, però dietro di noi: in politica, nell'economia, nei costumi. Ritrovavamo in essi ciò che avevamo più o meno abbandonato da un ventennio, e la cosa ci rassicurava e ci inorgogliva. Nel suo Eterna Spagna (Neri Pozza, pagg. 432, euro 18), Marco Cicala, con un'immagine felice, parla di «una terra insieme estranea e familiare, insomma un'infanzia». Questa memoria infantile non era tanto un retaggio novecentesco, che anzi paradossalmente era proprio quello il tempo in cui il distacco si era consumato, «l'España invertebrada» di Ortega, senza più colonie, e «la grande proletaria» pascoliana che si muoveva per costruire il suo piccolo impero, l'Italia fascista e la Spagna franchista che la scimmiottava, l'Italia antifascista e repubblicana e il post-franchismo e poi il necessario anacronismo monarchico... Affondava invece nei secoli precedenti, fra il XV e il XVIII, quando da potenza egemone la Spagna era stata in Italia, era stata Italia e ci aveva lasciato la spagnolità come tratto distintivo, quella che Leonardo Sciascia assegnava per primato alla Sicilia e che Cicala, più correttamente, allarga «al ventre dark di Napoli, a certe solitudini pugliesi o della Sardegna intera». Rispetto agli altri imperi via via accampatisi lungo lo Stivale, quello spagnolo era stato il più teatrale e il più dilapidatore, il più sanguigno e il più esausto, moralista e però libertino, italiano insomma... L'arte, l'ars politica e l'ars amandi era ciò che inoltre aveva ricevuto in cambio e non sorprende che, ancora ai nostri giorni, un dinosauro ideologico del Novecento, il pluri-novantenne Santiago Carrillo, stalinista, poi eurocomunista, si sia potuto domandare: «Che cosa è successo all'Italia? Avevate la classe politica più colta d'Europa, e non solo a sinistra...».

Insieme con Adolfo Suárez, Carrillo è il solo leader politico contemporaneo di cui in Eterna Spagna Marco Cicala lasci un ritratto. Non c'è Felipe González, non c'è Aznar né Zapatero, tantomeno Rajoy, ectoplasmi più che sostanze, come del resto gli «indignados», i «podemos» eccetera, che nel libro scorrono senza lasciar traccia. Una ragione c'è, di là dalla loro caratura rispetto a chi è venuto dopo, rimanda al titolo del libro e si riassume in una scena, l'entrata nelle Cortes del tenente colonnello Tejero con la pistola in pugno, il tentato golpe, gli spari, i deputati che si gettano a terra, Suárez e Carrillo che restano seduti al loro posto. È l'istante in cui la Spagna moderna si attacca alla Spagna eterna per non cadere, l'hombre vertical che si scrolla di dosso la democracia discutidora e guarda in faccia la storia, il caballero che riafferma il suo diritto a incarnare la nazione.

Costruito come un coltissimo baedeker, il libro di Cicala è pur senza volerlo nostalgico. Non si tratta naturalmente una nostalgia politica, quanto l'avvertire che la modernità è oramai uno schiacciasassi, e non fa prigionieri. Ragazzo quando il desarrollo economico e sociale del dopo Franco era ai suoi inizi, ne ha potuto misurare a trent'anni di distanza il cammino rovinoso. La speculazione edilizia e il kitsch turistico, la frenesia enogastronomica e il salutismo invasato, l'ansia godereccia e il pressapochismo delle idee, l'assenza di una vera cultura sottesa al cambiamento e sostituita con le mode, i tic, il conformismo del nuovo che avanza. Quanto e cosa possa in essa ancora restare della eternidad spagnola è in fondo il vero cuore del libro, la ricerca di un'essenzialità a petto del transitorio che ne ha preso il posto e ne vorrebbe fare a meno. A questo proposito, Cicala prende a prestito da José Bergamín, il più eccentrico fra gli scrittori della cosiddetta generazione del '27, l'immagine del «tancredismo», il «toreo cómico» che accompagnava un tempo la corrida «seria». Deve il suo nome a Tancredo López, un valenziano che, travestito a mo' di statua, si piazzava su un piedistallo al centro dell'arena, imbiancato di farina. Senza fare il minimo movimento, restava ad aspettare la carica del toro, che però non arrivava mai: l'immobilità lo rendeva invisibile agli occhi dell'animale. Bergamín, scrive Cicala, «trasformò il tancredismo in un'idea, un concetto: la metafora ambivalente di una Spagna stoica, senechiana, sprezzante del pericolo e della morte, ma allo stesso tempo immobile, inerte, pilatesca, paralizzata dalla paura del cambiamento». Adesso invece, ma questa è una mia impressione, è come se il «tancredismo» da comico si fosse trasformato in serio, il pagliaccio si fosse davvero messo a toreare, senza però più il toro nell'arena. Ha vinto la farsa sulla tragedia.

La Spagna una e bina di Bergamín, e paradossalmente una e trina dei giorni nostri, ha le sue radici in quel particolare «dialogo con la morte» che resta una costante della Spagna eterna. Non è un caso che la Catalogna, oggi agli onori della cronaca per il pasticcio indipendentista-referendario, sia la regione più progressista del Paese, quella dove l'abolizione della corrida si accompagna al feticismo della tecnica e della giovinezza. Come scrive Cicala, nella Spagna attuale, «secolarizzata e passabilmente scristianizzata», di quella che è stata una lunga «e in parte anche nobile, elaborazione culturale sul tema della morte resta poco o nulla. Salvo nelle manifestazioni tradizionali. Dalla tauromachia alle Settimane sante. Che, non per niente, sono sempre più contestate. Anche se per ragioni che non attengono, almeno formalmente, alla componente mortuaria». Lo si fa invece «in nome dei diritti animali» e della efficienza manageriale: basta, insomma, con le città paralizzate per giorni... Questo eludere il problema, svuotandolo di significato è tipico di un pensiero moderno che si illude di cancellare la morte semplicemente non nominandola. È il rovesciamento di quella che era stata la posizione di Miguel de Unamuno: «Che progresso è quello che non riesce a far morire ogni uomo più in pace e soddisfatto di aver vissuto? Il progresso di solito è una superstizione più degradante e vile di tutte quelle che si combattono in suo nome». Il «sentimiento de la muerte» di Unamuno non era poi così lontano dalle considerazioni di un Hemingway: «Gli spagnoli pensano moltissimo alla morte. Sanno che è una realtà inevitabile, l'unica sicurezza; che trascende tutti gli agi moderni. Con questi sentimenti provano un interesse intelligente per la morte». Scrive Cicala che «se sia ancora così, non saprei dire. Ma, senza che fosse un progetto consapevole, mi sono accorto di essermeli fatti quasi tutti, i luoghi spagnoli della morte». L'Escorial, San Fernando, ovvero il cimitero sivigliano dei toreri, la Capilla Real di Granada, la cripta dei duchi di Osuna, la Capilla de Los Caballeros di Cuenca, il Sacrario de Los Caídos fuori Madrid...

Vertiginoso nel suo alternare passato e presente, memoria e cronaca, Eterna Spagna è il libro di uno che la conosce nel profondo: la lingua, la geografia, i sapori, le idiosincrasie, gli odori. È come se ci fosse nato in mezzo. Si passa da un bel ritratto di Quevedo a un peregrinare storico sule tracce del «vero» Don Chisciotte, dai conventi del Siglo de Oro ai nani di Velázquez, da un'analisi raffinata dei vini di Jerez, vulgo sherry, alla fenomenologia dell'hidalgo, l'hijo de algo o de alguien, alla anatomia della paella. E poi, i versi del quattrocentesco poeta-soldato Jorge Manrique: «Partiamo quando nasciamo./ Andiamo mentre viviamo,/ E arriviamo il momento che finiamo,/ Così che, quando moriamo,/ Riposiamo». Il romanzo La amargura del triunfo, l'amarezza del trionfo, di Sánchez Mejías, il torero intellettuale immortalato dal lamento funebre di Federico García Lorca. E ancora: l'autismo guerriero dell'Eta raccontato dal suo fondatore, Julen Madariaga, la Madrid perduta di Javier Villán e la Barcellona scomparsa di Francisco Ledesma...

Libro di un innamorato che del suo amore conosce pregi e difetti, Eterna Spagna ha per certi versi l'andamento di un bel romanzo picaresco: incursioni improvvise del suo autore, suggerimenti culinari e di percorsi, memorie personali, incontri ufficiali e incontri eterodossi, e insomma filosofi e impostori, suore e puttane. Se un appunto, in forma di consiglio, si può fare riguarda il lasciarsi a volte prendere la mano dal «giornalese»: pasturare i paparazzi, rimetterci le penne, impasticcarsi l'immaginario, finire a schifio, maxi spot, dream team, ultime chicche... È la post-modernità che reclama il suo tributo linguistico, ma Cicala sa benissimo che è lo stile a fare l'eternità dei libri. Come dei popoli, del resto.