"Spettacolare e schizofrenica, racconto la guerra coi droni"

La guerra come videogame? Non proprio. Perché quegli obbiettivi nel mirino non sono edifici e sagome declinati in pixel. L'assolutoria illusione del videogame è preclusa: nello schermo appaiono i tetti delle case, gli uomini e le donne che sollevano la sabbia con i loro passi, e poi gli stessi individui che entrano negli edifici. Su quegli obbiettivi, minuziosamente identificabili da diciottomila metri di altezza, devi lanciare il tuo razzo killer. Perché tu sei il drone - invisibile e inudibile - e loro sono, si spera, i cattivi.

È questo lo psicodramma in cui si trova imprigionato il maggiore Tommy Egan (interpretato da Ethan Hawke), protagonista del nuovo film di Andrew Niccol Good Kill, nelle sale da oggi. Il film affronta la tematica più che mai attuale della guerra combattuta a distanza grazie alla tecnologia, nonché i dilemmi etici che ne conseguono. Destinato al pilotaggio dei droni dopo una gavetta da pilota di F-16 in Iraq e Afghanistan, il protagonista, maggiore Egan, ha abbandonato il cielo per un più confortevole ufficio californiano: a due passi da casa, ma anche dall'esaurimento nervoso. Tecnologia e coscienza, due temi da sempre cari al regista neozelandese autore di film come Gattaca, S1m0ne, Lord of War, In Time e The Host, nonché sceneggiatore di The Truman Show.

Mr. Niccol, perché questo suo interesse sui droni?

«È semplice: perché è nata una nuova forma di guerra schizofrenica: spettacolare tecnologicamente, condotta da casa, senza alcun rischio. Il suo successo risiede nella priorità delle nostre amministrazioni, soprattutto quella Obama: nessuna perdita di vite umane tra i soldati».

Le controindicazioni ci sono sempre: quali?

«La prima è ovvia: gli errori, o le scelte ciniche. Nel mio film vengono spiegati con il confronto tra i soldati e le direttive della Cia. Talvolta non è possibile dividere gli obbiettivi da eliminare da chi vive loro vicino. Il secondo problema: l'uso dei droni potrebbe portare a una guerra infinita: nessuna cattura, solo uccisioni, qualcosa di molto simile a un assassinio. E se poi un giorno i droni finissero in mano ai nostri nemici? In una scena del film il maggiore Egan guarda il cielo dal giardino di casa: da lassù potrebbe venire la morte».

È la terza volta che lavora con Ethan Hawke: cosa le piace di lui?

«Ethan ai miei occhi è il perfetto uomo medio americano: piacente ma non bello in modo impossibile. Il pubblico si identifica facilmente in lui. Ha, poi, la capacità di trattenere l'essenza del testo che deve recitare: se dimentica una battuta è perché in fondo non ha a che fare con il personaggio. E io stesso la levo. Questa volta poi, per lui c'era una sfida stimolante: Hawke ha un'abilissima dialettica, eppure il suo personaggio è laconico. Questi militari addetti ai droni sono emozionalmente chiusi».

Lei è conosciuto come un regista che scrive, dirige e produce i suoi film: come ha conquistato questo privilegio a Hollywood?

«La mia in fondo è un'autodifesa. Non faccio film per guadagnare troppi soldi, e non realizzo film dal budget stellare. Se qualcuno ti dà molto denaro, poi pretende di avere un controllo su di te. Più la produzione è multimilionaria, più ti si stringono ai polsi quelle che io chiamo le... manette dorate».

La tecnologia è un tema fisso dei suoi film: la teme? O teme il suo uso nelle mani sbagliate?

«La tecnologia è un'arma a doppio taglio. Internet, che è una cosa positiva, è connessa alla guerra coi droni. Gattaca aveva al suo centro l'ingegneria genetica: essa può essere fantastica nella cura delle malattie, ma se ti serve a creare il figlio somaticamente perfetto diventa inquietante. Il segreto è mantenere l'umanità nella tecnologia. Il cinema può essere utile a far riflettere su questa interazione tra noi e il progresso».

Cosa ne pensa della polemica scatenata da Spike Lee sulle mancate nomination ad attori e addetti ai lavori neri?

«Posso dire che non credo nelle competizioni su alcuna produzione artistica. Sono membro dell'Academy ma non voto mai, per scelta. Non mi sento in grado di scegliere un film piuttosto che un altro. Se mi ritrovassi a competere, so che non sarebbe mai con un film di fantascienza. L'Academy li snobba sempre».

Si dice che il suo prossimo film sarà proprio un sci-fi movie: Anon il titolo, Clive Owen protagonista. La storia, ambientata in un mondo futuro senza privacy, ignoranza e anonimato, dominato dai social network.

«Al momento è un'idea. Ma preferirei restasse come in fondo il titolo allude: anonimo. Posso dire che potrebbe essere il mio primo serial-killer movie».