Stevenson il "mago" che racconta storie dal mondo dei sogni

Anche a Samoa l'autore stregava tutti E in quattro anni scrisse 700mila parole

Il primo ad andargli incontro fu il reverendo W.E. Clarke, della London Missionary Society. Dicembre 1889, poco prima di Natale, spiaggia di Apia, Samoa, uno sputo di pietre in mezzo al nulla oceanico. «Era troppo magro, sembrava altissimo. Era scalzo, camminava a passi lunghi, con una andatura flessuosa, musicale, direi. I movimenti di quell'uomo erano in perfetto accordo con le speculazioni della sua mente», annoterà, più tardi, il reverendo. La prima domanda del reverendo sbalordisce lo straniero. «Recentemente ho letto un libro che s'intitola Lo strano caso del Dr. Jekyll e del Sig. Hide. Mi è piaciuto. Lo conoscete?». Un samoano stava scaricando le casse dei libri di Stevenson. La moglie - come tutte le mogli - si lamentava perché non riusciva a trovare la cappelliera. Sulla cassa che custodiva taccuini e materiali per scrivere Stevenson aveva inciso con il coltello il suo verso preferito: «My Bed is Like a Boat», «il mio letto è come una barca». Lo scrittore si riscosse dalle sue fantasie, fissò il reverendo Clarke, «certo che conosco quel libro: non solo l'ho letto; l'ho scritto e prima ancora l'ho sognato». La risposta, più che relazionarci sullo stato perennemente trasognato di Stevenson, autentica l'antica ipotesi di Emilio Cecchi, per cui Robert Louis «era uno di quei sognatori che convincono a tutti i sogni, e specialmente ai più eccessivi ed assurdi».

Sogno e inquietudine definiscono l'esistenza di Stevenson, figlio di un costruttore di fari scozzese che non accettava la predestinazione del figlio alla scrittura, forgiata leggendo Orazio, Walt Whitman, Montaigne. Per rabbonire il padre, Stevenson si iscrive a ingegneria, poi passa a giurisprudenza, infine diventa ciò che è, un rabdomante della vita (secondo la felice intuizione critica di Alessandro Ceni, il carisma letterario di Stevenson sta nella convinzione che «il libro è l'uomo... non resta, pertanto, che indagare l'uomo come se si leggesse un libro e leggere un libro come se le sue pagine fossero gli atti di un uomo»).

L'anno capitale è il 1876: in uno dei suoi vagabondaggi, a Grez, in Francia, Stevenson incontra Fanny Van de Grift. La tizia è sull'orlo del divorzio, Stevenson gli offre l'occasione per andare fino in fondo. Fanny ha dieci anni più di Stevenson e un paio di figli al seguito. Uno di questi figli, Lloyd, è decisivo per la storia della letteratura: a partire da un suo scarabocchio, la mappa di un'isola fantastica, Stevenson abbozza L'isola del tesoro.

In piedi, nervoso, pallido, scheletrico, recluso in una stanza dalle pareti rosse, mentre si tortura i baffi alla francese, simile a un fenicottero scontroso in attesa di migrare. Così John Singer Sargent, con pennellate liquide, blocca sulla tela Stevenson. Nel 1880 lo scrittore impalma Fanny, viaggia per gli Stati Uniti, scrive tantissimo, chiede i soldi al papi. Nel 1887, finalmente, il genitore, l'arcigno ingegnere, se ne va a miglior vita lasciando una discreta eredità al figlio, dandy, malaticcio («in quattordici anni non ho avuto un solo giorno di vera salute; mi sono svegliato che stavo male e sono andato a letto esausto», scrive e George Meredith nel 1893), cannibalizzato dai suoi sogni. Stevenson piglia il coraggio per i capelli, termina di scrivere Il signore di Ballantrae, e nell'estate del 1888 informa l'amico Henry James delle sue intenzioni: «questa, caro James, è una lettera d'addio. Il 15 giugno la goletta Casco varcherà il Golden Gate - se il tempo e la sospettosa provvidenza lo permetteranno - per Honolulu, Tahiti, Galapagos, Guayaquil ma non, spero, per il fondo del Pacifico. E avrà a bordo anche il vostro servo e compagno. Sembra troppo bello per essere vero...».

Nella fotografia del 1892, Stevenson è l'obelisco bianco al centro. Sempre più pallido, più magro, più alto. Alla sua destra siede la madre, alla sinistra Fanny, ribattezzata Aolele, Nuvola volante, dagli indigeni. La villa, invece, si chiama Vailima, che significa Cinque fiumi. Davanti a Fanny sono accovacciati i figli, tutto intorno è una folla di samoani, dai corpi scolpiti e dallo sguardo fiero. Gli amici pensavano che Stevenson avesse compiuto una sonora stupidaggine a infognarsi in quel lembo di Pacifico. Gli articoli pubblicati sul Times, poi, in cui lo scrittore ribadiva il diritto alla libertà delle Samoa dalle grinfie di Stati Uniti, Gran Bretagna e Germania, li convinsero che Stevenson, il più grande talento letterario che il mondo inglese abbia espresso nel secondo Ottocento, si era totalmente imbarbarito, rimbambito.

Al contrario, secondo gli studi di Joseph Farrell catapultati in Robert Louis Stevenson in Samoa (MacLehose Press, pagg. 352, £ 20), quelli sono gli anni più fertili dello scrittore, in cui «Stevenson fa della propria villa una azienda editoriale: in meno di cinque anni scrive circa 700mila parole, pubblica Il relitto e Catriona, lavora insieme al figliastro a Il reflusso della marea, firma alcuni dei racconti più celebri come Il diavoletto nella bottiglia, La spiaggia di Falesà, L'isola delle voci, appunta una vastissima serie di progetti letterari». Stevenson, che non si accontentava dei fiori esotici appassiti tra i libri, inaugura la grande fuga degli artisti occidentali verso il paradiso polinesiano. Un paio di anni dopo il suo approdo alle Samoa, nel 1891, Gauguin atterra e Papeete. Entrambi, dagli antipodi, muteranno per sempre la struttura dell'arte occidentale. Entrambi, condivideranno la lotta per la salvaguardia dei nativi dall'avidità europea. «C'è un solo modo per difendere Samoa: costruire strade e giardini, avere cura degli alberi, in una parola, occupare il paese e difenderlo dall'occupazione altrui»: così Stevenson, che era diventato Tusitala, il mago che racconta, parlava agli amici samoani.

Nel suo libro, Farrell scandaglia anche il rapporto tra Stevenson e la moglie Fanny. Lei fu la Musa cougar dello scrittore, lo seguì fino al cuore dell'Oceano Pacifico. Appena morto Stevenson, però, la bella Fanny preparò i bagagli, lasciò Samoa e il monte Vaea dov'era sepolto il marito, traslocò in California. S'accompagnò a un giornalista di 38 anni più giovane di lei: il toy boy, pur di starle al fianco, ne sposò la figlia Isobel. Stevenson, poveretto, morì nel dicembre 1894 di emorragia cerebrale. Stava scrivendo l'opera più ardita, Weir of Hermiston, «un frammento così solido, da poter starsene tranquillamente da solo», disse Henry James. Quel principio di romanzo è ambientato in Scozia, durante le Guerre napoleoniche. La Scozia, quella «periferia selvaggia», non era mai stata così bella, concreta, accattivante come ora, vista da una casa spaziosa, in un'isola sperduta nel Pacifico.