Stoker, i morsi di Londra come quelli di Dracula

In "La via del vizio" un irlandese finisce vittima della tentacolare metropoli. Al creatore dell'icona gotica andò molto meglio. Anche grazie all'amico e compatriota Oscar Wilde

Che Bram Stoker (1847 - 1912) fosse un tipo non solo determinato ma affatto ambizioso lo dimostra il fatto che trasforma i suoi stessi peggiori incubi in certezze, ma di segno positivo. Nel 1875 pubblica il suo primo romanzo. All'epoca era ancora un semplice impiegato delle Poste dublinesi. Allora, non ancora trentenne, dà alle stampe The Pimrose pitch, la storia di un carpentiere che lascia la sua Irlanda per tentare la via del successo nella capitale britannica. Jerry O'Sullivan vuole fare il classico salto di qualità e offrire una vita diversa e più ricca ai suoi tre figli e alla moglie Katey. A Londra trova lavoro come carpentiere teatrale e proprio nell'ambiente dinamico ma sordido del mondo dello spettacolo prende la strada del vizio. Invece di fare carriera, invece di emanciparsi da una vita di sofferenze e ristrettezze precipita in un gorgo diabolico. Alcol, depressione, povertà. Insomma il riscatto non avviene. Semmai Stoker dimostra che la metropoli britannica, vista con gli occhi di un piccolo borghese irlandese, ha i connotati di un inferno poco attraente.

Stoker, invece, tre anni dopo approderà a Londra senza subire la sorte del suo personaggio. Al contrario, dominerà la scena teatrale come serio, severo e competente recensore dell'Evening Mail. D'altronde di teatro se ne intendeva, visto che il lavoro più lungo e duraturo della sua vita è stato quello di assistente di Henry Irving, celebre attore shakespeariano. Tanto celebre da essere il primo attore a ricevere il titolo di Cavaliere del regno per il suo lavoro sulla scena.

Stoker era arrivato a Londra nel 1878 anche (o soprattutto) per tentare la carriera letteraria. E lasciarsi alle spalle il tentativo (ancora acerbo) di quel primo romanzo, che ora Le edizioni delle sera portano finalmente nelle librerie italiane con il titolo La via del vizio (pagg. 181, euro 14, traduzione di Elisa Boschi).

Il padre di Dracula, insomma, ha scritto molto e molto a lungo prima di approdare al suo insuperato capolavoro, ancor oggi considerato l'apice del genere gotico. I temi sono sempre stati gli stessi: melodramma mischiato con realismo dickensiano e suggestioni gotiche. Da onnivoro lettore, Stoker ha assimilato non soltanto la lezione di Dickens e quella di John Polidori, ma ha saputo anche dare un volto ai suoi stessi incubi per esorcizzarli. Almeno a gran parte di questi.

Henry Irving, per esempio, non è stato semplicemente il suo datore di lavoro, ma anche la musa ispiratrice (per il pallore del suo volto, per il magnetismo del suo sguardo, per la sua enigmatica presenza scenica) per dare un'immagine imperitura al principe di Transilvania.

Amico e sodale di Oscar Wilde, fu proprio durante una delle tante fertili discussioni con l'autore de L'importanza di chiamarsi Ernesto che maturò la prima idea del suo Dracula. Nella stessa discussione, di cui ci dà testimonianza una delle più accreditate biografe di Wilde, Barbara Belford, si parla per la prima volta dell'espediente narrativo di un ritratto che possa frenare lo scorrere del tempo. E di specchi che non riflettono i vampiri. Da lì insomma escono due pietre miliari del romanzo come Il ritratto di Dorian Gray e Dracula.

I due si conoscevano sin dalla stagione dublinese. E non si sono mai persi di vista. Eppure, Bram Stoker, forse perché troppo preoccupato della sua carriera londinese, non è stato tra i dodici a firmare il celebre e coraggioso necrologio alla morte dell'autore della Ballata del carcere di Reading. Gli storici della letteratura oggi parlano di un'omosessualità latente e mai accettata da parte di Stoker. Lo scrittore vedrà riconosciuto il proprio talento soltanto con il suo Dracula, pur avendo alle spalle una ventennale carriera di romanziere. Che il suo destino, però, fosse segnato lo dimostra una lettera che la vecchia madre Charlotte gli inviò dopo aver letto il volumetto fresco di stampa (1897): "Mio caro, è splendido, molto al di sopra di quanto hai scritto fino a oggi. Sono convinta che questo libro ti farà occupare un posto di primo piano nell'ambiente letterario. Nessun libro dopo il Frankenstein della signora Shelley, nessun altro libro - ripeto - si avvicina al tuo per originalità, o per la capacità di suscitare terrore".

Questo non è semplicemente orgoglio di madre. Questa è implacabile preveggenza. Da allora quel romanzo è rimasto insuperato, ma della restante produzione di Stoker poco si sa. Ecco un valido motivo per prendere in mano La via del vizio. Chissà che non sia soltanto l'inizio di una felice riscoperta.