La storia di Morabito un killer d'altri tempi che amava vivere bene

Io Santo Russo l'ho conosciuto bene. Non si chiama davvero Santo Russo e non è bello come Scamarcio. Ma gli piacciono davvero le Ferrari, e affettivamente ammazzava il prossimo senza farsi problemi. E anche lui, come il protagonista del film di Renato De Maria, ha inseguito in fondo un sogno borghese. «Nella Milano dei manager - mi disse una volta - ho scelto di essere manager a modo mio».

Quando De Maria chiese di acquistare i diritti cinematografici di Manager Calibro 9, il libro che con Piero Colaprico avevo scritto molti anni fa su Saverio Morabito, ormai introvabile, rimasi sorpreso ma anche perplesso: come si poteva tradurre su schermo la fosca epopea di un ragazzo calabrese, sbarcato con le valigie di cartone nella Milano del boom e divenuto narcos e sicario? Eppure adesso la storia è lì, con le licenze inevitabili della fiction, ma di una fedeltà impressionante. E lo sguardo giallo di Scamarcio è lo stesso che intravvedevo dietro le lenti fumè di Morabito.

L'ho incontrato molte volte, Morabito. Arrivava da solo, nella sede del giornale dove lavoravo allora, con la sua valigetta (io e Piero abbiamo sempre sospettato che fosse vuota): senza scorta, perchè riteneva che la invisibilità nella folla fosse la sicurezza migliore. Funzionò. Anche se la segretaria di redazione, che abitava vicino a Buccinasco, un sospetto sull'identità del visitatore lo ebbe: ma lo tenne saggiamente per sè. Davanti al nostro registratore, Morabito inanellava storie da brividi di regolamenti di conti, di raffinerie di eroina, di giudici e avvocati corrotti. E tutto questo però con una ironia di fondo e con un gusto per i particolari, anche i più macabri, che transitarono pari pari nel libro: e che ora ho ritrovato nel film. Furono soprattutto questi dettagli a fare infuriare i suoi ex complici, finiti al 41 bis grazie alle sue confessioni. Raccontando il suo primo omicidio, disse: «Ho sparato, e la testa dello Zoppo ha fatto pof». Durante una pausa del maxiprocesso uno dei Sergi - quelli che nel film si chiamano Gaetani - mi manifestò tutta la sua indignazione: «Ma come si fa a dire che la testa di un cristiano ha fatto pof?».

Dopo l'ultimo incontro davanti al registratore, mentre lo guardavo sparire a piedi con i suoi Ray Ban e la valigetta, ero convinto che di lui non avrei più sentito parlare. E per un quarto di secolo è stato così. L'ho rivisto un paio di anni fa, in piazza del Duomo, dove mi aveva dato appuntamento: gli sono arrivato alle spalle senza che mi vedesse, e questo una volta non gli sarebbe accaduto. Lì capii che qualcosa in lui era cambiato, e che gli anni avevano indebolito quell'uomo di roccia e ghiaccio. Pochi mesi dopo, seppi che lo avevano riarrestato, per una rapina da quattro soldi: a quanto pare c'era di mezzo una donna, una che gli aveva fatto perdere la testa come spesso accade agli uomini che sentono la vecchiaia avvicinarsi. Quando uscirà, potrà vedere il film: riconoscerà, dietro i nom de plume, i suoi compari dell'epoca come Mario Inzaghi e Slim Mancuso, ritroverà (più brutto che nella realtà) Alberto Nobili, il pm davanti a cui si pentì. E, siccome è un uomo intelligente, capirà che la differenza tra realtà e fiction è semplice: da questa parte dello schermo, non c'è mai il lieto fine.