Storie che incantano. C'è ancora vita sul Pianeta Pittura

Le trame da film della rivelazione Walker a confronto con la pura bellezza di Bradford

Birthday Party (Caroline Walker)

Bistrattata, espulsa dalle Biennali e dagli spazi pubblici, irrisa da curatori e artistar del concettuale, la pittura sembrava uscita di scena. Chi la praticava ormai si converte alla scultura o alla fotografia, al riparo dallo scetticismo dei critici, oppure continua a frequentarla in maniera carbonara, all'interno di circoli chiusi e defilati, piccole conventicole i cui adepti vaneggiano da anni di un suo possibile ritorno. E se le attese messianiche sembrano scontrarsi con la logica di un mercato saturato dagli artisti storicizzati, che occupano tutti gli spazi possibili nelle fiere e nelle aste, per vedere un po' di pittura bisogna allora sperare nell'attività di quelle poche gallerie che ancora la difendono con coerenza, proponendo artisti che non si vergognano di dipingere in un modo attento alla qualità del gesto e della tecnica, senza rinunciare alla figurazione e all'idea che davanti a un dipinto ci sia ancora qualcosa da osservare, un racconto in atto o una cifra poetica accessibile all'occhio. In questi giorni abbiamo visitato due mostre milanesi, dedicate l'una alla scozzese Caroline Walker, giovane pittrice (classe 1982) di Glasgow, e l'altra a Katherine Bradford, matura artista newyorkese (è del 1942).

Il lavoro della Walker è seguito puntualmente da Project B (via Maroncelli 7), che ha già ospitatato le sue tele in occasione di altre due personali, nel 2013 e 2014. Caroline opera per molti versi come una regista cinematografica. Individua attori che fa muovere all'interno di spazi definiti, scegliendo spesso di frapporre tra sé e i modelli superfici riflettenti e specchianti. Vetrine di negozi, grandi ville hollywoodiane, sontuosi chalet di montagna, all'interno dei quali possiamo osservare i suoi personaggi, studiare le relazioni che i loro sguardi e gesti lasciano immaginare. L'artista fotografa i suoi soggetti e poi lavora in studio sugli scatti, costruendo le scene di quella che potrebbe essere la trama di un film. Lo sguardo arriva sino a un certo punto, scegliendo di mantenere una distanza, come se la pittura non dovesse occuparsi di indagare la verità sino in fondo, ma di rappresentare la parte di realtà che resta ineffabile. Le protagoniste dei suoi dipinti sono quasi sempre donne, che nelle occupazioni e nell'impiego del tempo libero, nelle posture e negli affetti riflettono la propria posizione nel mondo. Ma non c'è alcuna intenzione di narrazione naturalista o sociale. La Walker alterna campo lungo e primo piano, ma non scioglie sino in fondo il plot, e le vetrate che ci dividono dalla scena che osserviamo sono in definitiva una scelta di reticenza e sospensione. Vogliamo davvero partecipare a quella festa? Non è meglio starcene qui, ad ammirare com'è il mondo filtrato dalle sue pennellate corpose e luminose, organizzato dalle sue prospettive intuitive, un'approssimazione che promette di essere più appagante della realtà?

Katherine Bradford espone invece per la prima volta in Italia, grazie a Monica De Cardenas (via Vigano 4), una delle poche galleriste che lavora ancora sistematicamente col figurativo (penso alle mostre recenti di Alex Katz, Benjamin Senior, Serban Savu). La cifra ricorrente di questa pittrice è l'ambientazione delle sue tele (in questo caso quasi tutte di piccole dimensioni) in uno scenario planetario. In questa serie, dedicata a figure di nuotatori, stelle e fondali si fondono, riflettono e scambiano, in un paesaggio onirico che è enfatizzato da una tavolozza attentissima ad accordature sempre sorprendenti e di grande poeticità. La Bradford ha scelto come oggetto della propria ricerca il tabù per eccellenza dell'arte contemporanea: la bellezza. E per di più lo persegue nel modo più diretto, la rappresentazione in forme semplificate e appiattite, con accostamenti di colori sulla superficie della tela. Trascorre mesi e in qualche caso anni a stendere i diversi strati di pittura acrilica, facendo cambiare lentamente le proprie opere, che da un lato conservano l'insofferenza alla descrizione naturale di un fauve, e dall'altro sono il prodotto di una lunga meditazione, come se da qualche parte a bordo delle sue piscine lunari Matisse avesse incontrato Rotkho. Se nei dipinti della Walker potremmo riconoscere con sicurezza i luoghi, le case, persino le stanze e le ore del giorno, la Bradford si muove in un mondo incorporeo e ultraterreno, di pura poesia. La vita e il sogno, insomma. Cose che la pittura sembrava aver dimenticato da tempo immemorabile.