"Studi di alto livello? L'università produce poco o niente"

Il grande filologo: "Si preferiscono facili monografie a difficili edizioni critiche"

Aretino, Algarotti, Bartoli, Longhi, Marino, Petrarca, Tommaseo... Quanto è lungo l'elenco degli scrittori italiani degni di entrare in una collana di classici? E perché è ancora utile, in un mercato che ormai fa fatica a digerire persino i bestselleristi, una collana così?

Alfredo Stussi, filologo e storico della lingua, che insieme con Pier Vincenzo Mengaldo dirige la celebre «Biblioteca di scrittori italiani» della fondazione Pietro Bembo (edita da Guanda) che oggi compie trent'anni, coi classici ha a che fare dagli anni '60, quando cominciò a insegnare a Pisa, prima all'università e poi alla Normale, e a pubblicare testi veneziani del '200 e del '300.

«Per noi, lavorare a una collana come quella della Fondazione Bembo, che pubblica sia classici come Manzoni o Roberto Longhi, e lo cito per la mostra sul Caravaggio aperta a Milano, ma anche autori sfuggiti all'editoria maggiore, eppure necessario - come ad esempio un Serafino Aquilano che compone e improvvisa versi in musica alla fine del '400 e senza il quale è difficile capire i grandi classici della poesia del '500 - ha un obiettivo preciso: scegliere un testo fondamentale per la nostra letteratura, ed editarlo bene, cioè con tutti i crismi della scientificità, e con un buon commento, che significa non solo esauriente, ma originale».

Rigore filologico e cura per l'alta divulgazione. Un segmento di lusso per la nostra editoria.

«È quel tipo di editoria a cui non interessa pubblicare un classico come ce ne sono già mille in commercio. Ma un testo o rarissimo, che mancava chessò dal '600, oppure titoli conosciutissimi, ad esempio gli Inni sacri del Manzoni, il cui commento, come nel caso degli Inni usciti nella nostra collana venti anni fa ormai, ambisce ad essere - come per me è - il commento di riferimento per quel testo. La stessa cosa avverrà, ne sono sicuro, per L'Aminta del Tasso curata da Paolo Trovato dell'Università di Ferrara e da un giovane studioso, bravissimo, Davide Colussi dell'Università Milano Bicocca, che uscirà tra un anno».

Libri, come si dice, fondamentali. Ma per pochissimi. Tiratura media di un titolo come l'ultimo uscito, i Canti Greci del Tommaseo?

«Duemila copie? Mille? Certo, non sono libri che si vede leggere sotto gli ombrelloni della Versilia. Ma una collana come quella degli Scrittori italiani, o in generale una collana di classici, deve sapere andare oltre il mercato. Per quanto la cosa sia difficile».

La collana della Fondazione Pietro Bembo ha pubblicato 56 titoli in trent'anni. In media meno di due all'anno. E negli ultimi tempi la frequenza si è ulteriormente diradata.

«I libri belli e fatti bene costano. Tanto. Pensi cosa significa anche solo impaginare i Canti Greci del Tommaseo. O pubblicare le 1.600 cartelle della Gerusalemme liberata travestita in dialetto milanese di Domenico Balestrieri, che uscirà l'anno prossimo... Ed è triste dirlo, ma i soldi per un'editoria del genere sono pochissimi. Noi reggiamo grazie alla Fondazione Cariplo, ma per altri...».

Per altri è peggio. La collana di classici della Utet ha chiuso. La leggendaria Ricciardi non si sa bene che fine ha fatto. Le collane di classici di Rizzoli e Mondadori, sparite. Laterza è solo un bellissimo ricordo...

«C'è poco da commentare. Se non segnalare che non c'è solo un problema economico, e un mercato che non tira. C'è qualcosa che non va nella nostra università».

Detto da Lei, è interessante. Cioè?

«Da 10-15 anni la nostra università, parlo delle facoltà umanistiche, è cambiata molto, e negativamente. Semplificando: testi di alto livello scientifico come quelli ospitati nelle grandi collane di classici possono essere curati sia da chi è già dentro l'università sia da studiosi esterni all'accademia. Bene. I primi non sono particolarmente attratti da un lavoro del genere, perché nel tempo che impiegano a produrre una edizione critica di un testo di letteratura italiana, per il quale servono almeno due o tre anni di lavoro, sfornano almeno un paio di saggi monografici, che valgono lo stesso punteggio o di più, e sono molto più facili da scrivere. Senza contare che i professori universitari sono troppo caricati da incombenze burocratiche, terribili, per potersi dedicare alla ricerca. Mentre chi è esterno all'accademia, dato che ormai l'università è un club esclusivo in cui non accede più nessuno, non ha alcun incentivo a produrre studi del genere. Che sarebbero grandi soddisfazioni personali al limite, ma non portano da nessuna parte. Risultato: se in un anno ci troviamo in mano due proposte di titoli seri, è tanto».

Vita difficile quella del filologo.

«Rispetto all'invasione di laureati in Lettere, una facoltà diventata un enorme parcheggio, i filologi sono davvero pochi. Troppa fatica. Ma chi regge la fatica, può anche togliersi qualche soddisfazione».

La sua più grande è stata quella di scovare il più antico testo della nostra lingua. Non è poco.

«Non è solo merito mio. Augusto Campana, uno straordinario cercatore di testi antichi, trovò molti anni fa nell'archivio dell'arcivescovato di Ravenna un componimento poetico sul retro di una pergamena, di cui però poi non si seppe nulla. Campana era il mio maestro. Io, in maniera fortunata e rocambolesca, nel '97, dopo la sua morte, ritrovai quel testo. L'ho pubblicato nel 1999. Sono 50 decasillabi che, a oggi, rappresentano il più antico testo d'amore della nostra letteratura. Siamo alla fine del 1100. Inizia così: Quando eu stava in le tu' cathene, oi Amore...».