Sturzo, il liberale che riportò i cattolici italiani in politica

Il prete siciliano con il suo popolarismo ha combattuto i mali della democrazia. Ma lo si ricorda troppo poco

L'8 agosto di sessanta anni fa moriva don Luigi Sturzo, il combattivo sacerdote siciliano fondatore, nel 1919, del Partito Popolare italiano. Ovvero l'uomo che riuscì nel difficile tentativo di riportare i cattolici in politica, superando il Non expedit. Un percorso difficile, rallentato dall'avvento della dittatura fascista, che diede poi origine alla Democrazia Cristiana. Un impegno in politica, quello di Sturzo, che aveva anche una profonda ragione sociale, nasceva dall'idea di aiutare i poveri (non solo in senso economico), che era strettamente legato a quello che il padre del liberalismo cattolico italiano considerava il suo mandato sacerdotale. Quando si spense Sturzo - colto da un malore mentre celebrava la Messa il 6 agosto 1959, morì due giorni dopo nella Casa delle Suore Canossiane dell'Opera Don Orione, a Roma - si chiuse un'epoca, di cui lui era stato l'indiscusso protagonista.

Don Luigi era nato a Caltagirone, in provincia di Catania, il 26 novembre del 1871, da una famiglia di antichi fasti nobiliari: il padre faceva parte della nobile famiglia dei Baroni d'Altobrando. Cagionevole di salute sin da ragazzo si rivelò un brillante seminarista, fu ordinato sacerdote il 19 maggio del 1894. Nel 1896, alla Pontificia Università Gregoriana di Roma, ottenne la laurea in teologia. Ferratissimo negli studi iniziò però da subito a mostrare un interesse per la vita attiva, per la politica. Già nel 1897 creò a Caltagirone una Cassa Rurale dedicata a San Giacomo e una mutua cooperativa. Seguì anche il giornale La croce di Costantino. Immediate le ire dell'alta borghesia locale legata alla massoneria. Sturzo insisteva con costanza nel denunciare tutte le piaghe del Sud agrario e pensava che su questi temi i cattolici dovessero avere un'opinione netta. In brevissimo tempo Sturzo si posizionò a favore del ritorno dei cattolici all'interno dell'agone politico. Il che avrebbe segnato una vera rivoluzione per il mondo politico italiano. Nel 1902 guidò i cattolici di Caltagirone alle elezioni amministrative.

Nel 1905 verrà nominato consigliere provinciale della Provincia di Catania. Sempre nel 1905, alla vigilia di Natale, pronunciò il discorso su I problemi della vita nazionale dei cattolici, il Rubicone del Non expedit per lui era superato. Nello stesso anno venne eletto pro-sindaco di Caltagirone (mantenne la carica fino al 1920). Nel 1915 divenne il Segretario generale della Giunta Centrale dell'Azione cattolica.

Ma la vera svolta doveva ancora avvenire. Nel 1919 fondò il Partito popolare italiano e lanciò il suo appello più famoso, forse il testo politico più importante dell'Italia del Novecento. Iniziava così: «A tutti gli uomini liberi e forti, che in questa grave ora sentono alto il dovere di cooperare ai fini superiori della Patria, senza pregiudizi né preconcetti, facciamo appello...». Un invito alla battaglia morale e politica che Sturzo interpretò subito come contrapposizione al fascismo. Una linea che si rivelò perdente. Sturzo, non incline a tentennamenti, lasciò gli incarichi nel partito e si rifugiò dal 1924 al 1940 prima a Londra, poi a Parigi, infine a New York. Dall'esilio animò diversi gruppi politici di fuoriusciti e di cattolici europei.

Ritornò in Italia, sbarcando a Napoli il 5 settembre 1946. Scelse di non avvicinarsi troppo alla politica attiva, non aderì formalmente alla Dc. Fu però il primo a sollevare la «questione morale» pubblicando nel novembre 1946 su L'Italia un articolo dal titolo: Moralizziamo la vita pubblica. Diceva, con dantesca memoria, che esistono «tre male bestie» che infettavano il sistema italiano: la partitocrazia, lo statalismo e l'abuso del denaro pubblico. Anche questo forse spiega perché di beatificare Don Sturzo si discute ma di portarne avanti il pensiero politico molto meno. Come ci spiega il professor Flavio Felice, ordinario di Storia delle dottrine politiche all'università degli studi del Molise e grande esperto di Sturzo: «Sturzo è attualissimo per la sua carica ideale a favore di un processo democratico che venga dal basso, rispetto ad un'idea di democrazia calata dall'alto. Il distacco tra le élite e il popolo è la spiegazione del proliferare attuale dei movimenti populistici. Ecco, il popolarismo di Sturzo è proprio l'antidoto al populismo, è l'antidoto alla malattia delle democrazie: l'essere risucchiate dal circolo vizioso delle istituzioni estrattive, dalla legge ferrea delle oligarchie. Però a essere sinceri Sturzo è stato studiato in modo insufficiente e divulgato ancora meno. L'accademia gli ha dato poco spazio e gliene ha dato poco anche il mondo cattolico. La stessa Dc alla fine lo mise in un angolo e le gerarchie lo trovavano scomodo, avendo teorizzato e praticato l'autonomia dei laici in politica dalle gerarchie ecclesiastiche: l'aconfessionalita».

Commenti
Ritratto di Beppe58

Beppe58

Mer, 07/08/2019 - 10:26

Che cosa avrebbe detto don Sturzo, se avesse visto gli ultimi rappresentanti di quello che una volta fu un glorioso partito allearsi con gli atei e anticlericli comunisti? Che cosa avrebbe fatto se avesse saputo che quello che era il suo partito se la intendeva con i sostenitori dell'aborto, dell'eutanasia, delle unioni libere e selvagge, dell'esproprio coaatto, con i fautori dell'abolizione della proprietà privata, con i difensoridelle frange estremistiche violente e della tassazione senza limiti solo a danno dei lavoratori dipendenti?