Sul set di Robert Ward a tutti i perdenti è concessa la rivincita

Nelle storie di "Hollywood Requiem" caduta e (parziale) risalita di un'umanità fallita

"Vi insegnano a leggere e a scrivere ciò che sapete, ma si sbagliano alla grande. Si sanno un sacco di cose: quanti bicchieri d'acqua bisogna bere per mantenersi davvero in forma, quanti chilometri percorrere per avere un cuore sano, quanto sia importante dire sempre ai propri figli ti voglio bene e mantenersi umili se il successo ti arride. Ma niente di tutto questo è ciò di cui vorresti scrivere, non è vero? Sono forse queste le cose che rendono emozionante una trama? E in ogni caso, a pensarla così sono persone che stanno bene. Vecchi e educati insegnanti di scuola, psicologi benpensanti, soci di associazioni non profit. Ma le persone che fanno della scrittura il proprio sostentamento non stanno poi tanto bene, non vi pare? Si fanno altri tipi di domande. E ottengono altri tipi di risposte".

Inizia così Hollywood Requiem, il nuovo libro del grande scrittore americano Robert Ward: quattro racconti che ci dimostrano che se Hollywood è una finzione, la vita può esserlo ancora di più. Autore di culto negli Stati Uniti, apprezzato da scrittori come Cristopher Hitchens, Robert Stone, Richard Price, Michael Connelly e James Crumley, negli anni '60 è stato protagonista con Tom Wolfe e Hunther Thompson del New Journalism. Conosciuto tra amici e colleghi come "Cowboy Bobby", ha dato vita negli anni '80, come sceneggiatore e produttore, a serie tv come Miami Vice. Ward è molto noto alle cronache americane anche per la sua eccentricità: per le sue risse con Clint Eastwood e le sue sbronze di giorni interi con Robert Mitchum. Ward ha lavorato a lungo a Hollywood. Nativo di Baltimora, dopo anni a New York si è stabilito a Los Angeles, dove vive e frequenta quel mondo del cinema che è al centro proprio di Hollywood Requiem (Compagnia Editoriale Aliberti, pagg. 164, euro 15, traduzione e curatela di Nicola Manuppelli).

Perché Hollywood per gli americani non è soltanto un luogo, ma uno stato della mente: ed è questo il filo rosso dei racconti che compongono il libro di Ward (due dei quattro non sono mai stati pubblicati e compaiono per la prima volta in Italia). In queste storie protagonisti sono sempre i looser, i perdenti, quelli che hanno inseguito la vita come i sogni, ma hanno perso. Almeno in apparenza. Nel racconto Ispirazione, uno sceneggiatore non riesce più a piazzare un "buon colpo", un soggetto che impressioni i produttori. È sul lastrico e così si ritrova a sfruttare - fra note jazz e inseguimenti negli studios di notte che ricordano le atmosfere cinematografiche di Brian De Palma e le suggestioni letterarie di James Cain - la storia vera di un amico che deve dei soldi alla mafia e a rischiare la propria vita... per una storia.

Ciò che piace di Ward è la sua capacità di raccontare storie senza fronzoli, con il puro e grande piacere della narrativa, con domande che cercano delle risposte. E se in Ispirazione la domanda è Saresti disposto a rischiare la tua vita per una buona storia?, in Billy si innamora, una vicenda di amore fra due stuntman, il dilemma è Quanto c'è di vero nell'amore?. I personaggi di Ward a un certo punto affondano e cercano un modo per risalire. Capitava già nel suo primo libro tradotto italiano, Io sono Red Baker (Barney edizioni, 2014) dove l'ambientazione è una Baltimora diventata una metropoli fantasma di industrie dismesse e di esistenze allo sbando. Anche in quel romanzo, come in questi racconti, si affonda con l'alcool, con le droghe, con le donne. E Hollywood è diventata l'immagine grottesca e clownesca di tutto questo. Ma la vera grandezza in Ward è che nelle sue storie c'è sempre la possibilità di un riscatto prima di tutto umano e poi sociale. Attraverso una scrittura anche comica l'autore ci conduce in una Hollywood di notti che non finiscono mai, di femmes fatales, di locali aperti 24 ore su 24, una Los Angeles che non sembra mai dormire avendo i suoi Angeli solo nel nome.

E la maestria dello scrittore consiste nel ribaltare questi stereotipi e, tra la comicità surreale e il cinismo di chi ha visto molto e vissuto di più, nel raccontarci le ceneri di una Hollywood che più che i lustrini oggi dimostra tutti i suoi tanti, troppi lustri.

@GianPaoloSerino