Da Tagore e la Ocampo a Plath e Hughes: ecco quando amore fa rima con scrittore

Nel saggio della Simeone le relazioni sentimentali che hanno fatto letteratura

«San Isidro, dicembre 1925. Il 13 novembre ho tenuto una lezione presso gli Amigos del Arte. Il titolo della lezione era Qualcosa su Rabindranath Tagore. La sede era molto affollata. C'era il presidente della Repubblica. Ho recitato dieci vostre poesie (Gitanjali) nella traduzione di Gide (quella di Gide è l'unica traduzione che mi piace). Non voglio che pensiate che sono stupida e presuntuosa! Ma sento di aver recitato le vostre poesie come non ho mai recitato nient'altro». Così Victoria Ocampo, la vamp che scoprì Borges, allora bella ereditiera argentina poco più che trentenne, scrive a Rabindranath Tagore dalla sua villa affacciata sul Rio della Plata. Vita scandalosa, istitutrici inglesi e francesi e altra servitù, un circolo e una rivista letteraria, Sur, Victoria ha un marito che pretende obbedienza assoluta e con il quale vivono separati in casa. E intanto attrae intellettuali da ogni parte del mondo, uomini di gran cervello che attraversano l'Oceano perché quella donna, con poche righe sinuose, li intriga infinitamente (Drieu La Rochelle imbucò per lei l'ultima lettera prima del suicidio). E chi avrebbe mai detto che Tagore, il poeta della spiritualità totale, fosse stato ispirato da una tale furia di sensualità? Ben lo racconta invece Marialaura Simeone nel nuovo Amori letterari. Quando gli scrittori fanno coppia (Franco Cesati, pagg. 124, euro 12), un volume smilzo ma molto ricco, anche iconograficamente, di aneddoti e curiosità sentimentali sulle liaisons tra i nomi che hanno fatto la letteratura mondiale.

Per lungo tempo Tagore e la Ocampo si scriveranno lettere delicate ma intense, che fanno anche intravedere quanto avrebbero voluto darsi e concedersi, visto che poi tutto rimase sul piano platonico. Poi per 4 anni interrompono: la Ocampo vive già tra Europa e America Latina, Tagore è sempre in tour. Riprendono a scriversi, sperando un giorno di ritrovarsi in India o in Argentina, ma soprattutto lui la «userà fino all'ultimo»: San Isidro è per Tagore in ricordo indelebile. I versi Poltrona vuota, scritti qualche mese prima di morire, sono dedicati a lei.

Ma nel volume della Simeone, non c'è solo questa coppia: ben 18 amori sono catalogati con sentimenti contrastanti e potenti, che si tratti di Nobel o di scrittori maledetti o delle 6 coppie italiane, tutti raccolti con l'obiettivo di dimostrare che la quotidianità prosaica per loro non era meno importante delle vette letterarie. Scott e Zelda Fitzgerald, che hanno anche momenti di tenerezza senza tormento; Moravia e la Morante, nei momenti che più ci assomigliano («5 aprile: Davvero è tutto finito con A:?», 22 aprile: «Era tutta una storia, A. non voleva affatto finirla. Ma ora sono io che non voglio»); Ted Hughes e Sylvia Plath, che scrive di lui alla mamma: «Ti racconterò un fatto miracoloso, strabiliante e tremendo. È quest'uomo, questo poeta, questo Ted Hughes. Non ho mai conosciuto niente di simile. È immenso»; le avances della Spaziani a Montale: «Viene a pranzo da me domani?», dopo una conferenza. E se ci sono coppie di cui conosciamo quasi a memoria ogni movimento, come Sartre e la De Beauvoir, emoziona riscoprire la passione tormentata tra Matilde Serao ed Edoardo Scarfoglio. Galeotta fu la redazione del giornale romano Capitan Fracassa, dove il giovane Edoardo a tutta prima ne respinge l'aggressività: «Questa femmina che voleva ad ogni modo invadere le più sicure o più dilette conquiste mascoline» e ne stronca il romanzo senza colpo ferire. Salvo poi, qualche anno dopo, chiamare il suo yacht proprio con il titolo di quel libro: Fantasia.

Qualche luce nuova, perlomeno di leggerezza, la Simeone conferisce anche al legame tra Alda Merini e Giorgio Manganelli. Lei solo 16 anni e ha già scritto le prime poesie: «Mi sembravi una foca», scrive di lui, che ne ha 27, è sposato e aspetta una figlia. Tra i due vale la regola amore più follia, sempre: si comincia nel '47 a via del Torchio, nella casa di Giacinto Spagnoletti, presso il cenacolo frequentato tra gli altri da Luciano Erba, Davide Turoldo, Pasolini. «Ogni sabato pomeriggio», si riporta nel libro il racconto di Maria Corti, «lei e Manganelli salivano le lunghe scale senza ascensore del mio pied-àterre in via Sardegna». «Manganelli era un bonaccione» dice la Merini. «Mi sbriciolava nella scollatura del vestito e rideva, ma aveva anche un sorriso tenero».