"Il talk è vivo e vegeto Sembra vecchio per colpa dei politici"

Il conduttore parla della (presunta) crisi dei format tradizionali: "Funzionano bene, ma certi ospiti sono all'improvviso indigesti"

Tempi duri per i talk show. Sono invecchiati nel giro di pochi mesi. Magari gli ascolti continuano a essere buoni perché, vista la situazione, la domanda d'informazione politica resta elevata. Tuttavia, la formula del salotto tv appare ingiallita. Questione di clima e di liturgie. Forse troppe, mentre fuori la crisi morde. Non a caso in occasione delle primarie del centrosinistra c'è chi s'è innamorato dei confronti e dei faccia a faccia. La parola a Bruno Vespa ideatore e conduttore di Porta a Porta, il più longevo dei talk show in onda.
Fuori tutto cambia, dentro niente?
«Cambiano le persone. Le novità non arrivano dai contenitori, ma dai contenuti e dalle diverse capacità di interpetare i cambiamenti. Con la puntata che aveva Renzi protagonista, con quella sulle primarie del Pdl e l'altra sera parlando di Avetrana ho raggiunto il 22 per cento di share. La formula è la stessa, la differenza la fa quello che ci metti dentro».
La cornice risulta logora. Porta a Porta e Ballarò sembrano parlamentini.
«Porta a Porta e Ballarò sono stati il luogo del confronto della Seconda Repubblica. Il problema è che improvvisamente sono invecchiate le facce. Gli stessi Bersani e Berlusconi rifiutano psicologicamente che i loro partiti siano rappresentati dalle persone che li rappresentavano fino a ieri».
Politici e giornalisti, tanto Palazzo e poca piazza: sono i programmi della casta?
«Io credo in un giornalismo responsabile. Sebbene sia un ammiratore di Paolo Del Debbio, lavorando in un servizio pubblico non posso trasformare Porta a Porta in uno sfogatoio. Devo esser capace, e non sempre lo sono, di parlare degli stessi problemi in modo più articolato».
Nei vostri salotti si vede poca società civile.
«Forse è un nostro limite. Ma rappresentarla non è facile. La società civile sono i sindacati? A me sembrano più casta loro dei partiti. Lo sono le categorie produttive e i professionisti che si muovono per lobby e bloccano le liberalizzazioni? A volte si parla di società civile e si finisce in braccio all'inciviltà».
Qualcuno come i conduttori di Servizio Pubblico, di Piazza Pulita o di In Onda tenta strade nuove...
«Questo aiuta molto. Dico sempre di aver da imparare da tutte le trasmissioni. Ma fare un programma d'attacco è più facile che proporne uno riflessivo».
Ha mai pensato a coinvolgere il pubblico con domande da porre agli ospiti?
«Qualche anno fa Renato Mannheimer preparò un campione statistico sui giovani. C'erano quelli che votavano a destra, quelli che votavano a sinistra e quelli che si astenevano. L'impresa è realizzare il cocktail giusto. Che in questo momento la protesta sia più pagante è sotto gli occhi di tutti. Basta vedere com'è ingrassato Grillo».
In un momento in cui anche la politica è liquida i faccia a faccia danno qualche certezza in più?
«Certamente. Ma non è facile convincere i leader a incontrarsi. Dopo il confronto d'inizio stagione Bersani non ha più voluto incontrare Alfano. Berlusconi accetta i faccia a faccia solo se è indietro nei sondaggi. Alla fine si fanno solo quando sono obbligati. In campagna elettorale o per le primarie del Pdl, se mai ci saranno».
Qualcuno dopo i confronti ha parlato, forse in modo affrettato, di fine dei talk show. Ma che necessitino di un rinnovamento è assodato, o no?
«Il rinnovamento ci dev'essere sempre. Ma proprio in quei giorni Porta a Porta ha registrato gli ascolti migliori. Prima facendo incontrare Renzi e Alfano, che insieme totalizzano 79 anni, poi con Bersani. Penso che la fine dei talk show decretata da qualcuno sia prematura».
Perché la sua puntata sulle primarie del Pdl successiva al duello Renzi-Bersani ha dato a molti l'idea di qualcosa di vecchio?
«Non sono d'accordo. Per tutta la settimana aveva tenuto banco il Pd. A quel punto era giusto riportare l'attenzione sul Pdl. Immaginavo di dover parlare di primarie, ma la trasmissione cambiò perche Lupi annunciò che non si sarebbero fatte. Ne è scaturito lo scontro tra la Meloni e la Santanché e il Pdl è parso indietro anni luce rispetto al Pd. È sempre una questione di contenuti».
Critici televisivi, razza assassina. Si è mai chiesto perché non la amano troppo?
«Forse risulto antipatico, non so... Sono sempre stato vissuto come un corpo estraneo. Non è mai successo che un moderato avesse un ruolo così stabilmente visibile in tv e con i libri. Forse sono proprio i libri ad aver fatto sbroccare qualcuno. I cattolici e i liberali non hanno mai avuto un vero ruolo da protagonisti nel giornalismo. Se mi è concesso, senza far paragoni, lo stesso Montanelli conquistò grande popolarità quando venne sponsorizzato dalle sinistre. Mentre prima era il diavolo».


Bruno Vespa