Tarabbia, la morte è il monumento a una musica feroce

Fra Gesualdo da Venosa e Stravinskij una discesa agli inferi dei delitti dell'arte

Davide Brullo

Tutto inizia con la deformità, con il difforme, con l'indifeso. Il mostro, ecco. Tutto comincia con lo scrittore che aggioga il Minotauro, lo libera dal labirinto, gli lima le corna in corona, poi va di piazza in piazza, al ritmo del carillon, a farlo danzare come una gran dama. Dalla deformità la forma, dal mostruoso la bellezza ineffabile. «Come può, egli, aver scritto una musica tanto bella e aver compiuto un gesto tanto orribile?». Questa è la domanda definitiva (a pagina 153) intorno a cui ruota il romanzo di Andrea Tarabbia, Madrigale senza suono (Bollati Boringhieri, pagg. 374, euro 16,50), per sua ammissione «un romanzo che, idealmente, chiude una triade (non una trilogia) aperta nel 2011 con Il demone a Beslan e proseguita nel 2015 con Il giardino delle mosche». Il primo romanzo girava intorno a Marat Bazarev, il mostro che ha fatto con i suoi sodali 334 morti alla scuola di Beslan; il secondo sviscerava la psiche omicida di Andrej Cikatilo, «uno dei più feroci assassini del Novecento».

Questo - a una lettura prima - ricalca la vita di Gesualdo da Venosa, il geniale madrigalista che nell'ottobre del 1590 fece fuori la moglie - la sinistra, meravigliosa Maria d'Avalos, sua cugina, che pare scaturita dalla fantasia erotomane di Tanizaki, a cui il musicista s'abbranca, avido, «la prese come si prendono le lupe» - e il suo amante, il conte Fabrizio Carafa, in un tripudio di macelleria (dopo aver consumato l'atto fedifrago, infame: «Aveva sul volto il rossore pieno, sano, di chi ha appena amato e ricevette i primi colpi come ingoiandoli, stupefatta che tutto questo stesse accadendo davvero. Poi il dolore le liberò delle grida acutissime, chiese pietà e già piangeva mentre qualcuno, forse Carlo, a cavalcioni sopra di lei dentro il letto nuziale, la puniva con la lama»). In realtà, il romanzo di Tarabbia - che nelle efferatezze ci sguazza, con sublime sadismo - è un raffinato oggetto culturale, per fortuna. La strategia narrativa - che ricorda in parte la meticolosità da contrabbandiere di eresiarchi che fu di Mario Pomilio - manda in brodo il lettore forte. Il libro, infatti, è una lunga lettera di Igor Stravinskij «al professor Glenn E. Watkins»: il compositore allega alla lettera una Cronaca della vita di Carlo Gesualdo Principe di Venosa, scoperta casualmente a Napoli, redatta, indugiando sui luoghi oscuri, da un enigmatico «servitore fedele» di nome Gioachino Ardytti, chiedendo ragione della sua autenticità.

Stravinskij stravede per Gesualdo da Venosa - «se quest'uomo, come dice la voce popolare, fu Lucifero, fu un Lucifero portatore di bellezza, qualcuno che la sua musica l'aveva sottratta al Paradiso» -, certo, forse, che l'arte riscatti il lato perverso dell'uomo, che è dal bignami della nostra ferocia repressa che sorge la forma perfetta, pura. La lettera di Stravinskij è datata 1960, lo stesso anno in cui il musicista partorisce il Monumentum pro Gesualdo da Venosa ad CD Annum. La narrazione, complicata dal fatto che la Cronaca è pattugliata dalle riflessioni di Stravinskij, spesso abissali - «Che lui abbia avuto bisogno di questa morte e di questo dolore e questa colpa, per diventare chi era?» - consente a Tarabbia allo stesso tempo di dissezionare l'anima di Gesualdo da Venosa e di anatomizzare la psiche di Stravinskij, turbandoci con una sdoppiata chirurgia linguistica: da un lato la simulazione di un linguaggio secentesco, controriformista, inacidito nella vendetta, quello di Ardytti, dall'altro quello, ardito, di un musicista in estro, il più grande inventore di armonie dispari del Novecento. Per questo - finalmente - il romanzo può essere letto perché ci affascina la trama, speziata, straziata, gotica - Tarabbia, addestratore di Minotauri, imbonitore di freak, ricorda le atmosfere di libri come L'uomo che ride di Victor Hugo - o perché c'importa la chiaroveggenza concettuale, la sfibrante gara dell'intelletto, il ragionamento dentro le gore del male - secondo criteri da vertigine romanzesca che stanno tra il luciferino Thomas Mann e i gargoyle narrativi di Alejo Carpentier.

D'altronde, Madrigale senza suono - a cosa alluda questo titolo lo scoprite, senza appello, solo alla fine - inizia con una scimmia - quella di Stravinskij, che si chiama Rimskij-Korsakov - procede con «un verme», il figlio imbestiato di Gesualdo, infoiato nelle interiora del castello, continua con una teoria di lupi, di nani, di streghe che s'abbeverano dello sperma del principe, poi appaiono Schönberg, Wystan H. Auden, «un certo Salvatore Quasimodo», una fotografia che ritrae Dostoevskij «seduto in un angolo, le mani sulle ginocchia e lo sguardo fisso verso l'obbiettivo: sembra un uomo molto anziano, provato dagli anni». L'episodio in cui balugina la figura del «pittore delle annegate» che «aveva vissuto per qualche tempo a Malta, e il suo volto era già sfregiato e orribile a vedersi», il Caravaggio, simboleggia la statura stilistica di Tarabbia - che s'impone, lo denuncia anche il Giovanni Testori in esergo, una scrittura chiaroscurale, caravaggesca - e l'ambasciata etica. «Bianca è l'anima di Dio», dice il pittore, «Ma bianca è ogni cosa spaventosa», risponde Gesualdo.

Intorno al codice della bianchezza, il crisma di Moby Dick, tra grazia e cecità, delirio e devozione, si snoda, in picchiata e a spirale, il libro, censimento - al terzo livello di lettura - dell'arte come espressione dei «mondi che per tutta la vita non ho trovato: essi si mischiano in forma di suoni, si rincorrono, si contraddicono». L'innocenza è sempre feroce, il candore si raggiunge dopo il massacro di tutte le meschinità, solo se perdi tutto ottieni l'altro, l'arte.