"Il teatro è l'unico uomo che mi abbia sempre amata"

Ne "La stanza dei gatti" l'attrice dialoga con la sua vera passione: "Il palco è sacro e io l'ho preferito al cinema"

La casa dell'attrice è in una di quelle vie in cui Roma sembra finire. Franca Valeri abita proprio in fondo a una di queste strade della Collina Fleming. Ha un piccolo giardino, per il cane Rorò, e una stanza per i gatti. In campagna, a Trevignano, ha altri cinque cani e un canile. «Io sono fortunata, perché ho tanti amici che mi aiutano» racconta. «Ma non sono mai sola, perché ho i cani. Io non capisco come si faccia a vivere senza animali. Alle mie amiche, che sono anche loro un po' accidentate come me, lo dico sempre: Ma pigliati un cane». Franca Valeri, nata (Norsa) a Milano nel 1920, ha avuto una carriera eccezionale. Le piace ricordarla, anche ora che, dice, non è «in regola»: «L'autunno scorso sono caduta in casa, mi sono rotta un po' di cose».

Però ha scritto un altro libro, La stanza dei gatti (Einaudi).

«Quando sei costretto a stare fermo... Mi piace scrivere, perché detto; poi dico: Me lo rileggi?».

Perché il titolo sui gatti?

«Perché i gatti mi hanno dato l'impressione di essere degli attori, quando si riposano, o sono in pensione, o chiacchierano».

Il libro parla dei suoi amori: è dedicato a Vittorio Caprioli e Maurizio Rinaldi; e il protagonista è il teatro.

«Amo molto ricordare: la mia vita è stata molto piena di avventure, incontri, successi. Ho pensato il teatro come un vecchio signore, che conosco molto bene».

È un vero dialogo con lui.

«Ho sempre pensato che il teatro sia qualcosa di vivo: il rapporto con il teatro, per un attore, è proprio un rapporto, come con una persona con la quale vivi».

Lei che rapporto ha avuto?

«Non mi ha mai trattata male, mi accoglieva con gioia, era contento del mio successo. Un rapporto molto felice».

Voleva recitare fin da piccola?

«Sì. Siccome ero una giovinetta spiritosa, gli amici mi chiedevano di farli divertire».

Girava per i salotti milanesi?

«Soprattutto con la mia più cara amica, Silvana Mauri. Andavamo anche da suo zio Valentino Bompiani. Da questi scherzi sono nati alcuni miei personaggi, come la signorina Snob, poi portati nel teatro dei Gobbi, e tradotti anche».

Si possono tradurre?

«È curioso: se traduci in un'altra lingua un personaggio popolare non perde niente, se è un vero personaggio. Perché c'è la verità della sua vita».

La Cecioni invece è ispirata a una sua «donna di servizio», Renata detta «Renada»...

«Una donna semplice, popolare, una bravissima domestica. La Cecioni ha altre caratteristiche, per esempio quella di criticare, con una certa sagacia, tutto il mondo. È una criticona implacabile, non ama il prossimo. Un personaggio infinito».

Perché il teatro è un uomo?

«Ha tutte le debolezze e le crisi della vita di un uomo».

Lei racconta che, a differenza del suo ex marito Vittorio Caprioli, non è «mai stata succube del cinema».

«Mai. Ah, per me, per il mio corpo, c'era il teatro, nient'altro che il teatro. Quando Vittorio faceva un film, e noti che è stato, forse non riconosciuto, un grande regista, naturalmente mi mescolava alla sua avventura: lo aiutavo a scrivere la sceneggiatura, e c'era sempre una parte per me».

Non le piaceva?

«Dovevo rimandare le mie commedie. Ero furibonda, disperata. Ho sempre preferito recitare a teatro, anche se ho fatto dei film di cui riconosco il valore e i vantaggi che mi hanno dato. Come Il vedovo e Parigi o cara».

L'autore è più importante dell'attore?

«Per forza. Se non ci sono le parole e i sentimenti non vai molto lontano. Io ho scritto perché conosco il mio mondo, certi difetti o virtù del mio sesso. Mentre in ciò che hanno scritto gli altri ho sempre avuto l'onestà di non vedermi interprete. Ci sono dei limiti: non tutto si può fare, anzi pochissimo».

In che senso?

«Un attore deve sapere che cosa non può diventare sulla scena, perché glielo proibisce il suo modo di parlare, il suo fisico, la sua comprensione. Io non ho mai recitato Shakespeare. Come farei? Non so da che parte prenderlo».

Il teatro è sacro?

«Eh sì. È nato religiosamente: è lì, più in alto di noi, che ci racconta qualche cosa. È molto bello, ispirato, anche nella sua apparenza».

Come nacque la sua prima compagnia con Caprioli?

«Con Sergio Tofano, l'inventore del signor Bonaventura. Ho avuto la fortuna di recitare il suo bassotto, mentre Vittorio era una foca».

Che commedia era?

«Una avventura del signor Bonaventura, con Tofano che portava il milione. Era un grande attore, unico nel suo genere».

Lei ha conosciuto tutti.

«Sì, li ho incontrati tutti».

C'è qualcuno che ricorda con un affetto particolare?

«Vittorio De Sica. Un maestro straordinario: recitare con lui era proprio una passeggiata, piacevole. E poi era un uomo simpatico».

Come andò la prima tournée dei Gobbi, a Parigi?

«Incontrammo Mastroianni e Flora Carabella in viaggio di nozze. Ci siamo messi alla ricerca di un albergo: fu scelto dai due uomini e naturalmente non era molto costoso. Io e Flora ci accorgemmo subito che il letto era sostenuto da barattoli. Comunque fu una avventura meravigliosa».

Come mai andaste a Parigi?

«Perché avevamo intuito che il nostro spirito non avrebbe avuto un trionfo immediato in Italia, quello spettacolo con gli sketch, senza scene, senza abiti e senza ballerine. Alla nostra prima, a Parigi, c'era Claudel in teatro».

Quanto siete rimasti?

«Un anno. Poi siamo tornati l'anno dopo, e poi io sola».

Scrive che la sua è stata «la carriera di una donna sola».

«Beh, sì. Poi ho recitato con altri, ma mi sono sempre scritta il testo; e, se mi guardo indietro, vedo che l'indirizzo della mia vita era personale».

È soddisfatta?

«Sono molto felice di essere amata dal pubblico. La gente mi dice: Grazie per quanto ci hai fatto divertire. E questa è una cosa meravigliosa. È il compito di una persona di teatro, far divertire il pubblico. Farlo anche piangere, non solo ridere, ma farlo divertire: in questo senso c'è qualcosa di sacrale, nel teatro. Ecco».