"Il tempo è una canaglia. Da giovane ami col corpo da vecchio con la mente"

L'autore di «Chiamami col tuo nome» ha scritto il sequel: s'intitola «Cercami». E qui lo racconta...

Un successo inaspettato anche per l'autore, divenuto in oltre dieci anni dalla pubblicazione un classico della letteratura romantica contemporanea, da cui è derivato un film in corsa per quattro Oscar 2018 diretto da Luca Guadagnino e la vittoria per l'adattamento a un drago della scrittura come il novantenne James Ivory: questa è stata l'accoglienza toccata a Chiamami col tuo nome di André Aciman. Ora lo scrittore americano, nato ad Alessandria d'Egitto 68 anni fa, porta in libreria Cercami, in uscita oggi in Italia(Guanda, pagg. 288, euro 18, trad. di Valeria Bastia; l'autore sarà a Milano a Bookcity il 17 novembre), ovvero quello che sembra un sequel: Elio e Oliver, i due innamorati di Chiamami col tuo nome, ci sono ancora, ma in una serie di «scene» li vediamo anni prima e dopo il loro incontro, per capire come siano arrivati ad amare e che cosa accadrà dopo questa trasformazione.

Come si sente all'uscita del sequel? O dovremmo dire prequel?

«Nervoso. Tutti si aspettano quello stesso fuoco, quella passione giovanile, ancora un po' del primo libro, insomma. Ma non sono interessato a Rocky 2, 3, 4 e 5: volevo scrivere qualcosa di diverso. In Chiamami col tuo nome due persone si innamorano follemente in un'estate. In Cercami volevo capire che cosa accade dopo. Perché la vita va avanti, incontriamo altre persone e, talvolta, se abbiamo fortuna, capiamo perché dovremmo considerarci fortunati».

Il tempo li cambia o è solo «un prezzo da pagare»?

«Il tempo è la peggiore delle canaglie in Cercami. Ci educano ad accettare il tempo perché non abbiamo altra scelta: tutte le vite finiscono con la morte. Ma proprio per questo il tempo ci insegna che, se non viviamo pienamente, lo stiamo perdendo. Un personaggio del romanzo dice che non è così importante ricordare chi abbiamo amato dopo la sua morte, quanto vivere quella parte di vita che a lui è stata negata. Non siamo affatto amici del tempo: forse l'unico modo di fregarlo è l'immaginazione, ovvero l'arte. L'arte, come dico in Cercami, è la vita non vissuta trasformata in qualcosa di eternamente bello».

Nel romanzo le parole sembrano in grado di conquistare i cuori: da dove viene il loro fascino?

«Negli amori giovanili è sempre il corpo che ci guida verso un'altra persona: gli occhi, le mani, la pelle... Nell'età adulta è la mente dell'altro che ci provoca il primo impeto di desiderio: come parla, che cosa dice. E più i suoi pensieri sono contorti e sconcertanti e più vogliamo andare a fondo e ne desideriamo la presenza».

Anche le radici hanno un ruolo di primo piano in Cercami: la famiglia, il padre.

«Per me la famiglia rappresenta la pienezza della vita. La relazione padre-figlia o padre-figlio non sono mai incidentali nei miei romanzi, ma la fibra della vita di ognuno. Noi siamo un tutto con la nostra famiglia o siamo esseri vuoti».

I suoi libri vengono spesso definiti «intellettuali». È anche questo un ingrediente per l'amore?

«Come disse Marcel Proust, i libri non devono avere idee. Le idee per l'arte sono come il cartellino del prezzo su un'antichità inestimabile: la involgariscono. Ma tutti i miei personaggi sono stati plasmati dall'opera dei geni: il loro pensiero, gusti, ricerca, e dunque l'amore, ne sono abitati».

Che cosa la commuove nell'arte oggi?

«Tutto ciò che si indovina sarà senza tempo, che è poi il motivo per cui amo i classici. Tutto ciò che è contemporaneo è legato al momento, motivo per cui per me non durerà».

È vero che ama Tomasi di Lampedusa e odia, come ha detto di recente, Calvino, che considera uno scrittore stupido e di terz'ordine, che tutti amano perché è facile da leggere?

«Tomasi di Lampedusa ha compreso che cosa il tempo fa agli esseri umani. La sua visione del tempo è fondamentalmente tragica, non meno della spedizione ateniese in Sicilia in Tucidide. Calvino per me... è uno scherzo!».

Per alcuni Chiamami col tuo nome è un classico della letteratura gay. Che ne pensa?

«È un romanzo gay. Ma è allo stesso tempo una storia d'amore come qualsiasi altra. La sua universalità è dimostrata dal fatto che gay e etero lo leggano e si sentano coinvolti allo stesso modo».

Ha trovato la sua ragione personale, intima, per questo successo?

«È difficile capire come mai una storia scritta da uno autore introspettivo e solitario come me parli al mondo. Direi che ha dell'incredibile. Combatto con il successo perché non mi è per nulla familiare. Ma mi rende estremamente felice».