"La terra dell'abbastanza", educazione criminale di due ragazzi

Un'opera prima di sorprendente maturità estetica e narrativa. Non il solito noir di borgata, ma un racconto universale su come sia facile smarrire se stessi

Presentato in anteprima al Festival di Berlino 2018, "La terra dell'abbastanza" racconta la progressiva perdita d'innocenza di due bravi ragazzi che, complici il destino e una scelta sbagliata, si ritrovano a intraprendere una carriera criminale.
Non capita spesso di imbattersi in un esordio interessante come questo dei gemelli Damiano e Fabio D'Innocenzo, ventinovenni romani senza alcuna scuola di cinema alle spalle.
Diversi film d’autore negli ultimi anni hanno parlato di periferie romane difficili e abbandonate, ma "La terra dell'abbastanza" è un crime suburbano che, pur aderendo a una serie di codici ben definiti, sembra riscrivere l'estetica di genere. Questo ritratto vivido e disturbante di una discesa all'inferno mantiene il focus sui protagonisti, anziché sul gesto violento come in tanta epica criminale vista altrove. La regia è priva di manierismi e attenta ai dettagli, la messa in scena rigorosa e credibile, gli interpreti eccellenti.
Ambientato nel quartiere di Ponte di Nona, alla periferia Est di Roma, non molto lontano dai luoghi in cui i due registi sono cresciuti, "La terra dell'abbastanza" racconta di Manolo (Andrea Carpenzano) e Mirko (Matteo Olivetti), amici da sempre ed entrambi iscritti all'alberghiero, che una sera, guidando verso casa, investono un uomo e per paura scappano. Quando scoprono di aver ucciso un pentito che si nascondeva da un clan della zona, capiscono, su suggerimento del padre di Manolo (Max Tortora), che l'incidente può tramutarsi in una svolta. Accreditati, grazie al fatto, presso la malavita locale, i ragazzi finiscono al servizio del boss del quartiere (Luca Zingaretti).
La periferia mostrata dai D'Innocenzo non è tanto un concetto fisico, quanto spirituale: ci abita chi ignora il valore dell'abbastanza, chi sceglie sempre la via più facile, chi crede che la felicità coincida con la roba di verghiana memoria.
Una volta entrati nel giro, tra droga, prostituzione e regolamenti di conti, i due protagonisti maneggiano davvero tanti soldi. Ormai hanno più denaro che sogni da realizzare. Dopo i primi entusiasmi, però, iniziano progressivamente a spegnersi dentro, assuefatti a un marciume morale che a poco a poco li divora. Per tirare avanti in quella nuova routine cercano di anestetizzare il disgusto mettendo il silenziatore ai propri pensieri, oppure inventandosi la prospettiva di scalare la gerarchia criminale, ambizione che regala loro la falsa speranza di compiere un percorso, di avere ancora qualche progetto. In realtà col guadagno sporco hanno perso l'anima.
Le circostanze possono rendere complici di un sistema di valori che non è il proprio, ma alla lunga è impossibile continuare a raccontare a se stessi di essere diventati chi non si è. E quando si tocca il fondo, un residuo di sensibilità può essere fatale oppure salvare la vita.
Ecco di cosa parlano questi due nuovi autori, senza indagare o approfondire, lasciando di proposito che sia il pubblico a mettere a fuoco la grande occasione fornita dal film: quella di guardare in faccia la realtà.

Commenti

Divoll

Sab, 09/06/2018 - 19:38

L'ennesimo film sui bassifondi giovanili (e non solo in Italia). Non se ne puo' piu'.

Ritratto di Giano

Giano

Sab, 09/06/2018 - 20:22

Educazione criminale. Oh, finalmente un film tranquillo, sereno, rassicurante, che ispira pace e nobili sentimenti. Ricorda quasi I sepolcri di Foscolo. "A egregie cose il forte animo accendono l'urne de' forti, o Pindemonte…". Lo sto ripetendo da anni: siete malati, curatevi.