La Terza guerra d'indipendenza accelerò il declino dell'Europa

Nell'ottobre 1866 l'Austria dovette cedere parte dei domini nella Penisola. Lo scontro destabilizzò tutto il continente

Quando, il 20 giugno 1866, il Re Vittorio Emanuele II annunciò che l'Italia con «il florido esercito e la formidabile marina» e con «la simpatia dell'Europa» sarebbe entrata in guerra contro l'Austria, il Paese fu percorso da una ondata di entusiasmo quale, forse, non si era mai registrato prima. Scrisse Edmondo De Amicis: «Gran giorni sono questi per l'Italia! Gran guerra! È una crociata! Dovrebbero andarci tutti alla guerra, tutti, da esserci a milioni a milioni, che i nemici avessero paura, e smettessero persino l'idea di resistere e aprissero le porte delle fortezze». L'esito del conflitto, passato alla storia come Terza guerra d'indipendenza, fu tale da trasformarlo nel meno amato degli scontri militari del Risorgimento. Le due sconfitte quella di terra, a Custoza, e quella in mare, a Lissa fecero passare in secondo piano il fatto che il Regno d'Italia, a operazioni concluse, avesse ottenuto il Veneto e avesse compiuto, così, un passo decisivo verso la conclusione del processo unitario.

In realtà la terza guerra d'indipendenza fu uno dei capitoli più importanti della storia non solo italiana, ma anche europea, come ben dimostra uno storico militare francese dell'Università di Montpellier, Hubert Heyriès, in un bel volume dal titolo Italia 1866. Storia di una guerra perduta e vinta (Il Mulino, pagg. 352, Euro 25) che ne ricostruisce con finezza di analisi le premesse, le fasi e le conseguenze di lungo periodo in una ottica che non è soltanto quella della storia nazionale italiana. Del resto, già molti decenni or sono, un grande storico, Franco Valsecchi, cresciuto alla scuola di Gioacchino Volpe e di Benedetto Croce, esortava, con una apparente battuta, i suoi colleghi ad abbandonare la tradizione storiografica italocentrica e a studiare «Torino visto dall'Europa e non l'Europa vista da Torino».

Alla vigilia dello scontro militare che coinvolgerà la Prussia, il Regno d'Italia e l'impero asburgico c'erano sul tappeto almeno tre «questioni». Sullo sfondo c'era, sì, la «questione italiana», che riguardava Roma ma anche, e soprattutto, Venezia: e, in quel momento, il «mito di Venezia», alimentato dagli esuli veneti in Piemonte e Lombardia che parlavano nostalgicamente dell'antica e gloriosa Repubblica di Venezia come del «bastione avanzato dell'Occidente», era particolarmente forte. Ma c'era anche una «questione tedesca» perché la Germania come Stato nazionale ancora non esisteva e la rivalità fra la Prussia di Bismarck e l'Austria di Francesco Giuseppe per il controllo dei Land tedeschi e dei ducati dell'Elba era ormai al limite di rottura. E, come se non bastasse, ancor più sullo sfondo, c'erano le pulsioni delle minoranze nell'impero austriaco, multietnico, multiconfessionale e multiculturale. Quella che, per gli italiani, sarebbe stata la terza guerra d'indipendenza fu, dunque, in realtà, una grande guerra europea che, all'inizio, prima che la parola passasse alle armi, si cercò di combattere nelle felpate stanze della diplomazia. Fu una guerra che si iscrive, a pieno titolo, nel fenomeno della cosiddetta «rivoluzione delle nazionalità» iniziata con la «primavera dei popoli» del 1848.

Anche le conseguenze furono notevoli, di portata europea, se non addirittura mondiale dal momento che la storia era, all'epoca, tutta eurocentrica. Quel conflitto, infatti, a parte la cessione del Veneto al Regno d'Italia, gettò le basi delle pretese egemoniche tedesche sancendo il potere della Prussia e suscitando preoccupazioni e inquietudini da parte francese: sotto un certo profilo nacque lì quell'antagonismo franco-tedesco esploso, poi, nel 1870 con la guerra franco-prussiana e destinato ad attraversare, come un sottile filo rosso, tutta la storia successiva almeno fino al 1945. La guerra del 1866, però, segnò anche l'inizio del declino della potenza asburgica, costretta ad accettare, nel 1867, il «compromesso» che trasformò il vecchio Impero austriaco nella Monarchia austro-ungarica. Non solo: con l'abbandono dei territori italo-tedeschi, Vienna fu costretta a spostare la propria sfera di influenza verso i Balcani entrando in conflitto con la Russia da sempre protettrice degli Slavi. Insomma, a rifletterci bene, quella guerra austro-prussiana, per l'Italia terza guerra d'indipendenza, fece germinare alcuni dei conflitti-latenti che sarebbero stati all'origine della prima guerra mondiale.

Il Regno d'Italia era stato proclamato da pochi anni, il 17 marzo 1861, e quella del 1866 fu la prima prova militare che esso si trovò a dover affrontare. Il suo esercito era forte, numeroso e organizzato, ma scontava una serie di debolezze strutturali dovute, per un verso, alle modalità con le quali erano state incorporate le truppe dei vecchi Stati preunitari e, per altro verso, alla carenza di una unità di comando per tacere delle rivalità personali fra i generali. Fatto sta che l'esercito italiano non fece, pur essendo in una situazione di forte superiorità numerica, bella prova di sé. A Custoza, per il mancato coordinamento fra le armate guidate da Alfonso La Marmora e da Enrico Cialdini, fu una vera tragedia. Alcune testimonianze raccontano che La Marmora, mentre le cose si mettevano male, fu visto aggirarsi disperato mormorando: «Che disastro! Che catastrofe! Nemmeno nel 1849!». A Lissa le cose non andarono meglio. La nostra marina, pur essa in situazione di superiorità rispetto a quella austriaca, subì una sconfitta umiliante con due corazzate affondate e centinaia di morti. Il ricordo di Lissa rimase inciso nella memoria degli italiani tant'è che, molti decenni dopo, Gabriele D'Annunzio nella Canzone della gesta d'Oltremare lo avrebbe evocato con alcuni versi divenuti popolari: «Emerge dalle sacre acque di Lissa/ un capo e dalla bocca esangue scaglia:/ Ricordati! Ricordati|! e s'abissa». L'unica significativa vittoria militare la riportò Garibaldi a Bezzecca con il suo Corpo Volontari Italiani. Le sorti della guerra furono decise dal successo dei prussiani sugli austriaci a Sadowa, ma l'Italia ottenne comunque il Veneto sia pure con una procedura umiliante: l'Austria, infatti, non intendendo cedere territori a uno Stato da essa sconfitto in battaglia, lo cedette al neutrale Napoleone III il quale lo trasferì al Regno d'Italia.

Malgrado la pessima prova delle armi, le aspirazioni italiane furono così assecondate grazie, in primo luogo, al gioco politico internazionale. Sotto questo profilo, la Terza guerra d'indipendenza fu, in un certo senso, una guerra vinta. Ma non solo. Lo fu anche, e soprattutto, perché, come sostiene Heyriès, quella guerra contribuì a sviluppare il senso della «comunità nazionale» che si manifestò attraverso la riorganizzazione delle forze armate e lo sviluppo di un culto degli eroi e di una letteratura popolare destinata a favorire, pedagogicamente, la «solidarietà nazionale» o, se si preferisce, la «nazionalizzazione delle masse» del giovanissimo Stato.

Commenti

nopolcorrect

Gio, 20/10/2016 - 10:57

Caro Professore, disse una volta Mussolini in un momento di lucidità, a proposito della capacità e dell'attitudine bellica degli Italiani: "Un popolo che è sempre stato incudine non lo si può trasformare in martello".Guardi il comportamento verso l'invasione africana, il timore paralizzante di agire da soli con la Marina Militare come fanno gli Australiani, la fifa fa 90 che induce piuttosto a usarla come staffetta degli scafisti e la buona volontà della medesima Marina, paralizzata dalla paura all'idea di operare indipendentemente dagli ordini della NATO...

Franco40

Gio, 20/10/2016 - 12:14

Egr Professore Perfetti, è verissimo ciò che scrive sulla III guerra d'Indipendenza ove ottenemmo dei vantaggi pur perdendo a Custozza e Lissa. A partire dal V^ secolo DC l'Italia è sparita dal mondo guerresco europeo. Solo a Fornovo avemmo una bella vittoria contro Carlo VIII di Francia che non riuscimmo a sfruttare "per paura" penso. Poi più nulla escludendo Garibaldi e singoli atti eroici tipo El Alemain ecc. Il grande Montanelli scrisse varie volte che siamo sempre pronti a . Peccato.

Ritratto di stenos

stenos

Gio, 20/10/2016 - 13:14

Non siamo un popolo, siamo un accozzaglia messa insieme male.

Michele Calò

Gio, 20/10/2016 - 19:25

Tranne che durante il Fascismo ancora oggi,visti i risultati, l'Italia resta solo una espressione geografica, come ebbe a definirla il principe Metternich durante il Congresso di Vienna. Manca, purtroppo,il senso diffuso della nazione e della Patria, della identita' e dell'idem sentire e sentirsi un unico popolo sovrano ed unito. Restiamo schiavi delle mezze calzette in politica sostenute da egoismi parassitari e nulla piu', altrimenti da un pezzo avremmo reagito al moloch mafioso statuale ed all'invasione suicida di orde incivili islamiche ed africane.

Ritratto di rosario.francalanza

rosario.francalanza

Gio, 20/10/2016 - 19:26

Nel biennio 1859-60 furono due le anime costituenti l'Italia: quella Cavouriana del 'gioco' diplomatico e quella garibaldina dell'impresa' più o meno inquadrata. Il gioco diplomatico ma con sotterfugi (vedi Plombierès e la Castiglione) e l'agire' banditesco garibaldino (ma più o meno incoraggiato da Cavour e dagli inglesi). La guerra del '66 conferma tale dualismo nel peggiore dei modi: scomparso Cavour si entra nella mediocrità, si diventa definitivamente succubi dei giochi europei, si perdono le guerre (e ci sembra di vincerle) e si continua con le guerriglie, più o meno romantiche. Perchè solo quelle sappiamo fare! Non siamo mai usciti da questa altalena, interna ed europea ed oltre, per diventare 'seri'!

pc64

Gio, 20/10/2016 - 19:41

Articolo molto interessante, davvero. Si può aggiungere che proprio nella terza guerra di indipendenzsa si affermò il mito della scarse qualità belliche degli italiani. Un mito un po' ingeneroso, secondo me. Quando gli italiani hanno potuto combattere ad armi pari, e sono stati ben condotti, non è che si siano comportati male. La "battaglia del Piave" del giugno 1918 fa testo, secondo me.

pc64

Gio, 20/10/2016 - 19:47

Per Franco40. Non sono del tutto d'accordo. All'epoca dei comuni, la Lega Lombarda riusci a sconfiggere gli imperiali. Fornovo, poi, fu tutto sommato un "pareggio", se mi passi il termine. Che poi gli italiani siano sempre pronti ad accorrere in soccorso del vincitore è vero (a parte la prima guerra mondiale), ma dipende anche dal fatto che per molto tempo l'Italia ha seguito la politica del "peso determinante": non schierata a priori, ma pronta a gettarsi nella mischia nel momento più conveniente. Purtroppo questa politica poteva andar bene nel '600 - '700 (quando l'Italia non c'era), ma non dopo la rivoluzione francese.

Aleramo

Ven, 04/11/2016 - 10:58

nopolcorrect: complimenti per la citazione. Però non lo disse Mussolini, lo disse Italo Balbo. Rivolgendosi a Mussolini che sosteneva che gli Italiani potessero invece diventare, sotto il Fascismo, un popolo bellicoso.

Aleramo

Ven, 04/11/2016 - 11:01

Franco40: l'unica risposta sensata te la potrebbe dare Ettore Fieramosca. Per parte mia, osservo che il mito dell'imbellità italiana è, appunto, un mito. A mero titolo di esempio, sul Don il fronte fu rotto nel settore tedesco, non in quello italiano. A El Alamein Montgomery attaccò inizialmente nel settore italiano proprio pensando che avrebbe ottenuto meno resistenza, ma fu respinto dalla Folgore. Passò invece, dopo, a nord, attraverso il settore tedesco.