Thomas Mann strinse un patto col diavolo. E scrisse il capolavoro

Esce l'edizione definitiva di «Doctor Faustus» il libro che ritrae le ambiguità del XX secolo

Nel febbraio 1947 la Casa editrice Fischer (ancora a Stoccolma dove era emigrata dalla Germania nazista) dà alle stampe il Doctor Faustus, l'atteso romanzo di Thomas Mann, che in Italia viene tradotto da Ervino Pocar e pubblicato rapidamente da Mondadori grazie a Lavinia Mazzucchetti, germanista, amica dell'autore e collaboratrice della casa editrice milanese. Successivamente lo scrittore rimette le mani al suo impegnativo racconto approntandone una edizione definitiva, che da noi esce appunto solo ora per l'opera, straordinaria, di Luca Crescenzi, traduttore e attentissimo curatore del romanzo (Meridiani, Mondadori, pagg. 1241, euro 80). L'introduzione costituisce una mappa indispensabile per orientarci in uno dei romanzi più intricati del Primo Novecento. L'opera, infatti, fa parte delle grandiose narrazioni di quell'epoca con la Recherche proustiana, l'Ulysses joyciano, la sveviana Coscienza di Zeno, i romanzi incompiuti di Kafka e di Musil. Certo Mann rientra nell'Olimpo della modernità almeno con altri suoi due romanzi, i Buddenbrook e La montagna magica (già curati per i Meridiani da Crescenzi). Il Doctor Faustus è uno dei libri più tedeschi che si possono leggere: già l'incipit nell'incantata fattoria di Buchel, dove si svolge l'infanzia del protagonista Adrian Levenkühn, richiama quell'atmosfera stregata della Germania segreta, quella della musica, dei Lieder, quella delle schiere "verdi" dei Wandervögel, quei giovani che inaugurano la rivolta contro la massificazione e i processi di omologazione delle metropoli (a partire dalle periferie di Berlino). Una Germania fascinosa, con tutta la purezza romantica, con tutte le radici di una natura rispettata, amata, venerata, una Germania integra, casta, innocente eppur colpevole, percorsa dalla luciferina tentazione di ergersi a nazione eletta, custode dei valori del popolo, della incorrotta etnia germanica, della purezza della razza nordico-ariana, con tutte le conseguenze che sappiamo. E meglio ancora le sapeva Thomas Mann che in una sua opera fondamentale, le Considerazioni di un impolitico del 1918, aveva proclamato la superiorità spirituale della Kultur germanica, con la sua musica, la sua poesia romantica, la sua filosofia, con la trinità dell'irrazionalismo Schopenhauer, Wagner, Nietzsche. Il libro questa summa travolgente, intrigante, insuperabile di ogni pensiero conservatore - esce contemporaneamente alla disfatta tedesca, allo spengleriano Tramonto dell'occidente, nonché allo Spirito dell'Utopia di Ernst Bloch, che costituisce l'ardito controcanto progressista a queste opere stupendamente "reazionarie". E in quella officina di cultura e di arte che era Monaco, la "demonicità" tedesca usciva dalle pagine dei volumi per incarnarsi nei manipoli bruni di Hitler che già si affollavano nelle fumose birrerie bavaresi per preparare il colpo di stato del '23, fallito. Il movimento nazionalsocialista si riorganizzava, oggettivamente appoggiato dai circoli culturali della "Rivoluzione Conservatrice", quelli che giusto a Monaco si raccoglievano intorno a un raffinato esteta come Stefan George, mentre a Berlino il portavoce di questa corrente Moeller van den Bruck pubblicava nel 23 un'opera dal titolo profetico Il Terzo Reich. E Thomas Mann, che viveva a Monaco, frequentava quei circoli intellettuali e artistici che ritroviamo raffigurati con ironica acrimonia nel romanzo, che conobbe una lunghissima gestazione: venne, infatti, scritto, durante gli anni dell'esilio americano. Vi è una strana analogia: a Roma il giovane Mann scrive I Buddenbrook, racconto quanto altro mai gotico, anseatico, nordico, baltico, mentre il romanzo "faustiano", che esprime tutta la demonia germanica, viene composto nell'amena villa a San Remo Drive a Pacific Palisades in California. È che la Germania Thomas Mann se la portava dentro con tutta la sua grandezza, i suoi fulgori e i suoi diavoli, maghi e streghe. E così anche lui scrive il suo personalissimo Faustus.

Ogni romanzo di Mann è un romanzo culturale, a modo suo filosofico, e nel Doctor Faustus è la musica, quella beethoveniana e quella dodecafonica, a rappresentare la metafora dell'arte geniale, che trascende l'umano e l'umanesimo per attingere tutte le profondità della forza demoniaca che sorregge la creazione umana. Il romanzo offre un'occasione unica, "storica" per ripensare la Germania (non certo quella della Merkel, caso mai quella di Bismarck), e più universalmente per riflettere su tutte le contraddizioni, i demoni della modernità, che, pur se temporaneamente sopiti, non si dissolvono mai. Il Doctor Faustus è anche il monumento letterario all'ambiguità manniana: Leverkühn, il protagonista faustiano, incarna la tentazione germanica del patto col demone pur di giungere alla creazione geniale, estrema metafora della perdizione tedesca. Tutta la simpatia di Mann è per il musicista: "Quanta atmosfera della mia vita, è contenuta nel Faustus. In fondo è una confessione radicale. Leverkühn è una figura ideale. Ero innamorato di lui, in ansia per lui, impazzivo per la sua freddezza, per il suo cuore disperato, e per la sua convinzione di essere dannato". Eccolo, il Mann delle Considerazioni di un impolitico, l'artista elitario, l'intellettuale aristocratico, l'esteta che disdegna la Zivilisation, la democrazia, la cultura di massa. Ma subito dopo Mann pubblica quella che Crescenzi chiama la "controinterpretazione", ovvero il commento al romanzo: Genesi del Doctor Faustus. Romanzo di un romanzo (inserito nel Meridiano), che racconta la storia di quegli anni, anni della sconfitta dell'Asse, nonché della stesura del racconto, con le letture, gli incontri, i turbamenti e non per ultimo con la malattia (altro grande tema manniano) che Mann dovette contrastare e superare, mentre il suo eroe ne morì. Tra il Mann del romanzo e del commento chi ha vinto? Entrambi, inscindibili, invisibilmente uniti, necessari per la creazione del capolavoro, romanticismo e realismo, Goethe e Nietzsche, Wagner e Freud. L'edizione definitiva uscì nel 1948 e quella data può essere assunta come la fine di un'epoca tragica, tremenda, demonica, eppure epoca unica, irripetibile, l'ultima grande età della letteratura tedesca.

Commenti

gattogrigio

Mar, 21/06/2016 - 10:27

Libro ostico letto più di 40 anni fa. In quell'occasione penso di avere impiegato tre o quattro mesi ad arrivare a pagina 100 prendendolo e lasciandolo svariate volte. Poi in tre giorni sono arrivato alla fine. Nella prima parte, quando continua a discutere delle "cortine del tempo", del tempo di cui scrive, del tempo in cui scrive e del tempo del lettore è un po esasperante. Mi succede abitualmente con Mann (ad esempio con la tetralogia "Giuseppe e i suoi fratelli"), ma il libro è stupendo e, come diceva non ricordo quale commentatore "è un libro a cui hanno posto mano e cielo e terra". Solo con "La montagna incantata" non sono riuscito a proseguire. D'altronde anche Daniel Pennac nel libro "Diritti imprescrittibili del lettore " diceva " non è certamente colpa di Mann, ma io, in cima alla montagna incantata, non ci sono mai arrivato".