Todorov, il guardiano della civiltà

Era un vero umanista, ha salvato dalla "violenza" temi e valori della nostra Europa

Dà dolore la notizia della morte prematura di Tzvetan Todorov, come la dà la morte di uno zio fidato, che si sia preso la briga di custodire un tesoro prezioso salvandolo non dai ladri ma dalla dimenticanza.

Era ancora relativamente giovane, settantasette anni, nativo di Sofia e poi migrato all'età di ventiquattro anni a Parigi. A ventisei curò un libro destinato a diventare di culto, I formalisti russi, grazie al quale alcuni uomini di genio, fino a quel momento noti in Occidente solo presso pochi studiosi, conquistarono un pubblico assai più vasto: nomi che vanno da Sklovskij a Jakobson, da Ejchenbaum a Propp e che hanno definito per i decenni a seguire il nostro modo di leggere e interpretare la letteratura.

Fu dunque un'antologia a dargli la notorietà. Questo particolare non è indifferente. Quale che fosse il progetto che il giovane studioso aveva sul proprio futuro, I formalisti russi lo ridefinì, definendo la forma di quel progetto e spingendo Todorov sulla via non di un'attività intellettuale dura e pura, ma piuttosto di un'attività mista, tra la ricerca e la divulgazione, che in Todorov assunse la forma, dissimulata in tanti modi (saggio letterario, pamphlet polemico, trattato sull'etica ecc...), di una lunga narrazione in gran parte autobiografica.

Intendo dire che Todorov appartenne a quella schiera di autori a cavallo tra i due millenni, ma novecenteschi di spirito e formazione (potremmo avvicinarlo al nostro Claudio Magris), per i quali la prima fonte di riflessione non è il testo letterario in sé ma piuttosto la storia e, dentro la storia, la vita personale.

In altre parole, Todorov non apparteneva alla schiera di studiosi duri e puri che il suo primo libro ci ha fatto conoscere. Se ne è tenuto accosto nella prima parte della sua carriera, dove abbondano opere a cavallo tra la teoria letteraria e la semiologia (come uno dei suoi maestri, il grande Roland Barthes) ma basta leggere un piccolo capolavoro dell'84, Critica della critica, per ravvisare preoccupazioni più ampie, un sentimento dell'epoca presente più vibrante, capace di corrompere la purezza dello sguardo critico.

A Todorov non interessa l'analisi scientifica del testo, lo studioso comprende l'insufficienza di una simile pretesa, e di fronte a un neoanalfabetismo dilagante - si domanda piuttosto quale rapporto sussista tra un momento storico e il suo modo di pensare la letteratura e l'esercizio della critica (letteraria e non).

Negli anni successivi Todorov lasciò sempre di più che le contraddizioni di un mondo che cambiava invadessero il suo campo d'indagine. Dopo decenni di lontananza dalla sua città natale, all'inizio degli anni Novanta tornò in viaggio a Sofia e tale fu il malessere che lo colpì da dettargli uno dei suoi libri più dolenti, L'uomo spaesato, dove emerge uno dei suoi grandi temi, quello dell'alterità, che è forse il tema occidentale per eccellenza sul piano conoscitivo (da Kant a Hegel fino a Sartre) e su quello politico. Nell'opera di Todorov questo tema si fa personale, il tema della diversità diviene sempre più centrale, incrociandosi con quello del totalitarismo, la cui ombra non si allontana mai del tutto dalle fragili democrazie europee.

Sono moltissimi gli interventi dello scrittore su questo tema e sulle sue origini storiche (celebre il suo saggio sulla scoperta dell'America), sulle lezioni che le nostre democrazie non hanno imparato (vedi il saggio dedicato ad Auschwitz e alla possibilità di fondare un'etica della memoria).

In tutto questo, la letteratura ha sempre funzionato da sismografo per la comprensione di un mondo irrequieto. Da La letteratura fantastica ai saggi sulla critica, da La letteratura in pericolo a La bellezza salverà il mondo, per citarne solo alcuni, Todorov ha difeso il valore della letteratura contro la violenza di chi intendeva usarla per i propri fini, dal mercato alle carriere accademiche.

Noi ricorderemo Todorov non per l'originalità del suo pensiero, ma piuttosto come un umanista vero, un custode di valori che hanno formato lo scheletro della nostra civiltà contro la superficialità, la distrazione, l'arroganza e l'iperspecialismo. L'umanesimo non è l'invenzione di qualche intellettuale, ma una proprietà di tutti per sempre, e che tuttavia siamo sempre sul punto di perdere.

Commenti

astarte

Ven, 10/02/2017 - 13:40

Bell'articolo; interessante sarebbe sapere perché l'ineffabile impaginatore del Giornale lo abbia piazzato in modo tale che per scovarlo bisogna fare la ricerca da google, sicché sarò stata l'unica a leggerlo, immagino, avendolo cercato di proposito.