Tom Wolfe attacca Chomsky e Darwin per scacciarli dal regno della parola

Il nuovo libro del padre del new journalism scatena il dibattito negli Usa

Stefania Vitulli

Tutto sta a capire a chi si vuole assomigliare. Di Tom Wolfe, nessuno che si azzardi a scrivere «Quanto ricorda Charles Dickens». Perché il giornalista e scrittore americano, classe 1931, l'ha deciso fin dai tempi del Falò delle vanità che voleva essere uguale soltanto a se stesso. E la faccenda, almeno per lui, si è chiusa. Non così per la critica, che a ogni romanzo o saggio di Wolfe rileva il botto provocato dalla carica esplosiva di provocazione e sprezzatura che il padre del new journalism e inventore del neologismo «radical chic» sa come dosare. È così anche per The Kingdom of Speech, appena uscito negli Usa e che verrà pubblicato da Giunti a marzo con il titolo Il regno della parola.

Immaginate che cosa può significare per un 85enne guerriero dell'eloquenza scoprire (leggendo un articolo accademico) che 8 tra i più eminenti linguisti ed evoluzionisti globali dichiarano, dopo 150 anni di studi, che il linguaggio rimane un enigma. Ovvero che l'unica peculiarità che ci distingue dagli animali ha origini sconosciute. Un fallimento. Per Wolfe, il fallimento. Urge scriverci sopra un saggio, che indaghi i responsabili di questa intollerabile débacle. Gesto tanto più grave se il dito esce dalla manica immacolata di un completo bianco in lino o gabardine. Ne è uscita un'opera che il New York Times non ha stentato a definire «L'attacco più audace sferrato sino ad oggi» dal dandy più controcorrente dell'Upper East Side. L'unico, sempre secondo il NYT, che abbia ancora voglia di sentire odore di napalm al mattino per dare un senso alla giornata. L'unico che abbia avuto il coraggio di dire, su Trump: «È un adorabile megalomane. Il suo lato infantile lo fa apparire onesto».

Nel Regno della parola i Wolfe spara su «quell'incasinata congettura» che per lui è la teoria dell'evoluzione e quel «clown» del linguista Noam Chomsky. Prende il teorico del linguaggio naturale - classe 1928, quindi suo coetaneo - lo piazza in un passeggino e lo fa precipitare giù da una scogliera. Liquida le due teorie dell'accademico che hanno tenuto banco per decenni nella linguistica - ovvero le strutture innate del linguaggio e la ricorsività come bancarotta del pensiero. Nebulizza l'uomo come pretenzioso e fuori dal mondo, dato che le sue son tutte idee elaborate «indoor». E anche i colpi sferrati all'evoluzionismo vengono da dubbi sulla sua fondatezza. Wolfe è ateo, non ha motivi religiosi. Vuole invece darci una sveglia seguendo le orme dell'antropologo Daniel Everett sul fatto che il linguaggio non sia affatto un frutto evolutivo, ma un vero e proprio strumento creato dall'uomo. Per farlo non esita ad affossare Darwin e a tirare in ballo la cosmologia Apache. Un saggio discutibile? Senz'altro, visto che i media americani si sono già lanciati a capofitto nel dibattito. E però impossibile perderselo: potrebbe essere una delle ultime, titaniche sculacciate agli intoccabili del pensiero.