Trame, crimini e misteri del bel "Modì"

Un libro-inchiesta sui falsi che inondano il mercato e un romanzo di Longoni

A cento anni dalla morte - con una mostra dal respiro internazionale che ospita nel Museo della Città, che sorge poco distante dal canale che fu teatro nel 1984 della mitica «beffa delle false teste di Modì» - 26 opere mai esposte pubblicamente - Livorno si riappacifica con Amede Modigliani. Qui l'artista si era formato guardando ai macchiaioli, per poi elaborare un immaginifico talento a Parigi, alla scuola di Montmartre, tutta ammaliata dalla allure di Picasso. Ma neppure a Modigliani il fascino faceva difetto, se è vero che dalla sua personalità rimase incantata gente del calibro di Guillaume Apollinaire, Chaïm Soutine, Paul Guillaume, Blaise Cendrars, Andrè Derain e Maurice Utrillo, oltre allo stesso Picasso che nei confronti di Modì nutriva sentimenti variabili tra odio, stima e invidia.

A Livorno Modigliani restò legato. E qui tornò spesso, avvolto nel tabarro tessuto col filo delle avanguardie e col profumo delle sue donne: Anna Achmatova, Beatrice Hastings, la Diva Kiki de Montparnasse, fino a Jeanne Hébuterne che gli stette accanto fino all'ultimo giorno. Le derisioni giovanili da parte dei suoi concittadini erano ormai dimenticate. O quasi.

«Qui a Livorno Amedeo Modigliani sviluppò la capacità creativa e lo spiritualismo ebraico e qui a Livorno mi auguro che la storia, e non solo il mercato, possano approfittare di questa meravigliosa opportunità per dargli la giusta posizione tra i giganti dell'arte occidentale», afferma Marc Restellini, il curatore della mostra livornese, Modigliani e l'avventura di Montparnasse. Capolavori dalle collezioni Netter e Alexandre: si tratta dello stesso Restellini che fu il primo a denunciare la presenza di falsi Modì alla famigerata mostra di Modigliani a Palazzo Ducale di Genova nel 2017.

Già, i falsi. Ma anche «le trame, i crimini e i misteri che sono sempre aleggiati all'ombra del pittore italiano più amato e pagato di sempre», come scrivono Dania Mondini e Claudio Loiodice nel loro nuovo libro-inchiesta L'affare Modigliani (Chiarelettere) avvalorato dalla scoperta di «documenti, perizie e testimonianze inedite» come quella di Isabella Quattrocchi, perito giudiziario per le opere d'arte: «Quando mi sono trovata dinanzi ai quadri mi è venuto da piangere. Era solo una truffa». Per la mostra di Livorno invece si è sgombrato il campo da possibili equivoci: a parete solo opere «originali, verificate e super periziate», garantiscono i curatori della mostra.

Un auspicio condiviso da Angelo Longoni, autore del romanzo fresco di stampa Modigliani: il principe (Giunti), incentrato su due aspetti apparentemente contrapposti: la fragilità e, al tempo stesso, la vitalità tanto dell'artista quanto dell'uomo. Longoni punta molto sul meccanismo di immedesimazione col lettore, come se fossimo noi stessi a «rivivere la vita dell'artista e a sentire le sue intime passioni»; con Modì «scappiamo da Livorno, ci incantiamo davanti a Firenze, riviviamo i primi giovani e potentissimi amori»; con Dodo «litighiamo con la madre, ci ammaliamo, guariamo, corriamo a Parigi, diventiamo bohémien, incontriamo Picasso e Soutine, ci addentriamo nei vicoli, nei cabaret e nelle alcove, ci innamoriamo follemente di ogni sua donna, di ogni sua musa». È una contesto straordinario quello che rivive nel romanzo di Longoni e che si respirerà nella mostra di Livorno dedicata al «principe» Modigliani: «Un uomo costantemente in lotta con i suoi demoni, sensibile, schivo, impenetrabile, ma sempre capace di ritrovare il coraggio di stare al mondo essendo a un passo dalla morte». Che se lo portò via il 24 gennaio 1920. Era ricoverato all'Hopital de la Charité di Parigi. Aveva solo 36 anni. Tutti drammaticamente intensi. Al pari dei suoi quadri.