«Il tramonto dell'Occidente» Romanzo della storia che si proietta nel futuro

Il libro è un'epopea dove protagonista è «ogni civiltà» E che ci dà gli strumenti per leggere il nostro presente

Davide Brullo

Amava le mappe. Passava i pomeriggi a «tracciare carte geografiche». In particolare, «disegnavo regni immaginari, carte politiche della grande Germania, tabelle statistiche del mio regno africano». L'ansia scientifica - la spasmodica passione «per la geografia» - si fonde alla prodigiosa capacità fantastica, a una insensata volontà di potere. Questi caratteri marcati nel ferro, tratti dalla confessione edita postuma, Eis heauton, A me stesso - titolo classico per quella che avrebbe dovuto essere la Vita del ripudiato, la tragicommedia di un uomo che provava una «nausea sconfinata... per qualsiasi attività filosofica» e che odiava il proprio tempo, «da cui non possiamo attenderci un'opera che segni per noi un'epoca» - sono gli stessi che troviamo nel Tramonto dell'Occidente, opera monstre di Oswald Spengler, pubblicata nel 1918.

La scienza storica, che in Spengler ha tensioni alchemiche - fin dall'incipit dell'Introduzione, lucidamente seduttivo: «in questo libro si azzarda per la prima volta il tentativo di predeterminare la storia» - si dilata a considerare ogni civiltà del globo, ogni tempo e attraverso l'arte spericolata dell'analogia tra ere - «la contemporaneità» di Spengler rispecchia il «trapasso dall'ellenismo all'età romana» - a divinare il destino dell'Occidente. Di fatto, Il tramonto dell'Occidente, di intramontabile bellezza, è uno dei romanzi più grandi del Novecento, più grevi di ispirazioni. Se la Recherche di Proust è il romanzo della memoria e l'Ulisse di Joyce è quello della lingua, Il tramonto dell'Occidente è l'epopea della Storia, dove il protagonista, in carne, sangue e feci, è «ogni civiltà», che «dispone di inedite possibilità di espressione, le quali emergono, maturano, degradano e non tornano più». Agli occhi visionari di Spengler «quali creature di rango superiore, le civiltà prosperano in una sublime irresponsabilità, come fiori nel campo. Esse appartengono come le piante e gli animali alla natura vivente... uno spettacolo in eterna formazione e trasformazione io vedo nella storia universale, un meraviglioso divenire e scomparire di figure organiche».

Il romanzo di Spengler, che con la profondità di un annalista cinese e con il piglio pettegolo di un retore di Bisanzio ricapitola l'Egitto antico e l'orda vichinga, l'arte dei fiamminghi e Mozart, il regno dei Mongoli, Carlo Magno e le Termopili, Napoleone e gli Epicurei, surfando sui millenni, è aperto. Sta a noi, infatti, descrivere il futuro prima che accada, dettagliare le ultime pagine, il tonante The end. «Finora siamo stati liberi di aspettarci ogni genere di cose dal futuro. In mancanza dei fatti, l'iniziativa spetta al sentimento. D'ora in avanti tutti sperimenteranno ciò che può accadere in futuro, e che in effetti accadrà, con l'irrevocabile necessità di un destino». In questa specie di meteorologia della Storia, di esigenza astrale, divinatoria, sta il genio romanzesco di Spengler. E la forza persuasiva del Tramonto dell'Occidente, una lettura che mette ancora knock out i pensatori da pop corn di oggi, che disintegra l'enogastronomia metafisica e la pruderie accademica. Energetico ed energumeno come Nietzsche - ma la sua fonte prediletta era Goethe -, lisergico come la fantascienza di Philip K. Dick, tuttavia Il tramonto dell'Occidente, che torna a sessant'anni dalla traduzione di Julius Evola, un po' troppo dadaista, nella versione di Giuseppe Raciti per Aragno (dedicata «A Mario Sgalambro, spenglerista», pagg. 686, euro 40), non soddisfaceva il suo autore.

«Rispetto a quello che volevo io, rappresenta un risultato estremamente misero. Quando giunsi al termine, ero tutt'altro che orgoglioso», scrive nei suoi quaderni Spengler, anima sdoppiata, pronta all'estasi e prona alla depressione, che aveva desideri basso borghesi («vivere in una tenuta, sposato a una donna intelligente, raffinata, amante della casa - figli e attività e affetto») subito sconfitti dal «bisogno patologico di solitudine» che «mi spingerebbe all'odio, al piacere di fare del male». Nel 1933, nell'ultimo libro, Anni della decisione, che piacque a Mussolini - lo recensì sul Popolo d'Italia - e spiacque a Hitler, Spengler fa un baccanale sulla «fine dell'Europa», causata dall'imbarbarimento della democrazia («il parlamentarismo è anarchia costituzionalizzata; la repubblica negazione di ogni genere di autorità»), dall'imperio del denaro («è dominante l'impressione che l'economia sia più importante della politica... chi ha ancora occhi oggi per la differenza interiore, quasi metafisica, tra bene e denaro?»), dalla follia comunista («il comunismo realizzato è burocrazia autoritaria»).

Già nel Tramonto, che censisce, tra l'altro, «l'orrenda veemenza» dell'islam, Spengler griffa il nostro destino e quello dei figli e dei nipoti. Abitiamo inscatolati in un tassello bianco delle bibliche tavole di Spengler, speculari a quelle immaginarie «tabelle statistiche» che compitava da piccolo. Siamo domiciliati lì, negli anni «2000-2200». Anamnesi: «Disgregazione delle compagini nazionali in amorfe masse umane; loro riassorbimento in un Imperium caratterizzato dal ritorno di elementi dispotico-primitivistici». Ci siamo. E questo, no, non è un romanzo.