La Trieste in giallo fra "Ostracismo" e delitti da gustare

Certo è sorprendente che uno dei principali scrittori di gialli tedeschi, Veit Heinichen, abbia ambientato tutti i suoi romanzi a Trieste, dove vive da molti anni. La sua Trieste non è quella mitica di Svevo, Joyce, Saba, né delle rievocazioni di Magris. No, è una città normale, con i problemi del porto e della frontiera, con migranti che premono per entrare più o meno clandestinamente dalla Slovenia, con seri problemi sociali, e con una borghesia ancora abbastanza abbiente malgrado la crisi. Heinichen descrive con vivacità la città dove ambienta i suoi casi polizieschi, con il suo commissario, Proteo Laurenti, un salernitano che si è trasferito a Trieste almeno da quando ci si è trasferito l'autore. Il commissario (e forse anche lo scrittore) in città ha conosciuto e sposato la sua «mula», ed è bravissimo a risolvere i casi più complicati, come testimoniano una decina di romanzi.

L'ultimo, Ostracismo (edizioni e/o, pagg. 299, euro 18), ottimamente tradotto da Monica Pesetti, è un giallo, ma anche un piccolo manuale di cucina, nonché una denuncia dei soprusi verso gli emigranti e i socialmente più deboli e indifesi. Il protagonista Aristèides Albanese, detto il Greco (nome ereditato dal nonno appartenente alla fiorente comunità greca, cospicua a Trieste all'inizio del '900), è chiamato anche Athos per la sua forza, nonché Kiki dalla sua madre adottiva, una vecchia e malandata puttana che lo ha allevato quando la madre, puttana come lei, fu assassinata misteriosamente quando Kiki era molto piccolo. Cresciuto, aveva aperto un ristorante che grazie alle sue capacità culinarie andava bene, fin troppo bene: infatti era frequentato da un cliente fisso, un politico corrotto e corruttore, e dalla sua combriccola di compagni (o meglio camerati) di partito e in realtà complici nelle varie operazioni illegali. Una di queste viene scoperta dal Greco, che, pur essendo un uomo retto, non è uno stinco di santo, infatti ha una lite violenta con uno della cricca che frequenta il locale. Per legittima difesa il Greco uccide l'uomo, ma al processo tutti i componenti del gruppo concordano la medesima dichiarazione di colpevolezza del Greco che viene condannato a vent'anni. In galera riesce a farsi valere come cuoco e organizza un ristorante, insegnando a cucinare ai vari detenuti, tra cui Aahrash, un pakistano condannato anche lui ingiustamente. Dopo 17 anni di carcere, Aristèides torna a Trieste, lavora in una mensa parrocchiale per emigranti e intanto, finanziato dalla vecchia madre adottiva, apre un ristorantino con il suo amico pakistano. Nel frattempo si prende una strana vendetta: entra furtivamente negli appartamenti dei vari membri del gruppo e prepara manicaretti raffinati, esoticamente speziati e invisibilmente innaffiati di olio di ricino, quale giusta e singolare punizione. Per il politico corrotto e corruttore si prepara una resa dei conti, ma per un giallo ho già detto troppo.

Intrigante è la scrittura che prende immediatamente fino all'ultima pagina. Fra un menu e un altro l'autore descrive una gran varietà di personaggi: accanto ai cattivi sovranisti (che agiscono indisturbati se non addirittura appoggiati dagli avversari di sinistra e spesso in combutta con loro) ci sono i buoni, il commissario e i suoi poliziotti, un prete generoso, la vecchia simpatica puttana, una commessa e inoltre il Greco e il pakistano, tutte persone oneste e immediatamente simpatiche. Insomma uno spaccato abbastanza realista della società triestina vista dall'esterno.