Un «Turco» fin troppo felliniano

di Paolo Scotti

E se Rossini facesse rima con Fellini? Chissà: forse la vicinanza territoriale (pesarese l'operista, riminese il regista) e l'irriverenza godereccia, comune alle note metafisiche del primo quanto alle immagini oniriche del secondo, giustificano l'insolito accostamento. Insomma: l'idea del regista Davide Livermore di raccontare Il turco in Italia di Gioacchino come fosse l' 8 e mezzo di Federico, inizialmente intriga il pubblico del Rossini Opera Festival. Entrambi i protagonisti - il poeta Prosdocimo e il regista Mastroianni - sono infatti in crisi d'ispirazione; entrambi la troveranno trasformando la vita in arte. Attacco folgorante, dunque, dello spettacolo: per scena lo stesso casolare bianco e nero di 8 e mezzo, in cui Prosdocimo come Mastroianni si bea fra le donne della sua vita, tutte sosia di Sandra Milo o Anouk Aimée, tutte esattamente replicanti, nei deliziosi costumi di Gianluca Falaschi, quelli premio oscar di Piero Gherardi. Non basta: Prosdocimo (Pietro Spagnoli) brandisce la proverbiale frusta di Mastroianni; Fiorilla (Olga Peretyatko) è cotonata come Claudia Cardinale; il turco Selim (Erwin Schrott) rifà l'Alberto Sordi de Lo sceicco bianco, mentre il coro è un tripudiante catalogo di citazioni, autentica gioia del cinefilo-melomane: i pagliacci dei Clown, la prostituta di Cabiria, la cinesina dei Vitelloni, le soubrettes della Città delle donne... C'è perfino un'impareggiabile gag filmata: il produttore che tiene legato al piede il protagonista in volo fra le nuvole è qui il sovrintendente stesso del festival, Mariotti. Certo: per apprezzare tutto questo bisogna conoscere i film di Fellini. Il che, unito a cadute di stile come l'amante Narciso vestito da prete, o la zingara Zaida inspiegabilmente barbuta, oltre ad un sovraffollato via vai di comparse, quasi non bastasse la musica di Rossini a fare movimento, finisce per stancare il pubblico.Ma il vero problema di questo Turco in Italia è la resa musicale. Brio ed eleganza dell'allestimento corrispondono solo parzialmente alla direzione piuttosto opaca di Speranza Scappucci, forse causa di momenti sfocati in tutto il cast. In cui primeggia la performance di uno spiritosissimo Nicola Alaimo, che dovrebbe ricordare il Peppino De Filippo di Boccaccio 70, ma la cui imponenza fisica e vocale rende comunque autorevole, godibilissimo protagonista, senza bisogna di citazione alcuna.