La tv in cerca di brividi trasloca al circolo polare

Dalla fiction di Fortitude a Ultima fermata: Alaska il pubblico si appassiona a storie ambientate nelle ultime, vere terre di confine

Dalla televisione vista al circolo negli anni '50 si è passati al Circolo visto in televisione. Quello polare, si intende. Perché la metà del palinsesto scampata all'invasione degli chef è ormai surgelata: mai come quest'anno i ghiacci e le aurore boreali sono state protagoniste indiscusse della programmazione. Un proliferare di serie tv, reality e documentari che in fondo - per restare in tema - è solo la punta di un iceberg culturale alla deriva tra cinema e letteratura, sospinto dal mito greco di Iperborea, dagli echi dell'occultismo wotanico fino alle eterne suggestioni del gothic novel ottocentesco.

Tralasciando Fargo (Sky Atlantic), la serie ispirata al film dei fratelli Cohen e ambientata tra le nevi del Minnesota, capofila della spedizione catodica nell'Artico è sicuramente il thriller Fortitude (Sky Atlantic). Con il suo bianco abbacinante, le ignote minacce delle Isole Svalbard e il terrore psicologico in piena sintonia con le ultime pagine della Storia di Gordon Pym di Edgar Allan Poe e i romanzi «polari» di Lovecraft e Verne, Fortitude è per certi versi l'estremizzazione (anche geografica) del filone «scandi-noir». Quello che partendo dagli ormai classici romanzi gialli di Høeg ( Il senso di Smilla per la neve ), Larsson (la trilogia) e Nesbø ha generato crime series di successo come le danesi The Killing e The Bridge . Nulla di mai visto, a pensarci, dato che già Mary Shelley aveva scelto il Polo Nord come teatro perfetto per la fine del suo Frankenstein e un maestro dell'horror come John Carpenter aveva relegato la sua Cosa in Antartide. Fatto sta che la luce soprannaturale e le location quasi aliene aiutano: succede al cinema, da Insomnia di Christopher Nolan (2002) all'horror 30 giorni di buio (2007), fino al fantascientifico viaggio ferroviario di Snowpiercer e al drammatico Leviathan vincitore del Golden Globe 2015; e succede anche in tv, dove accanto a Fortitude ha avuto buon riscontro negli Stati Uniti anche Helix , serie tutta a base di esperimenti ed epidemie sul permafrost.

Freddo non è però solo sinonimo di terrore. Se su Raidue lo scorso anno i voli dei piloti canadesi di Arctic Air sono stati un flop, discreto successo ha avuto invece su Sky Atlantic Lilyhammer , che racconta le gesta semiserie di un mafioso italo-americano al confino in Norvegia e fa il paio con The night shift , serie islandese pluripremiata che mette in scena le surreali giornate di un benzinaio laureato e comunista.

Ma non di sola fiction vivono orsi polari ed eschimesi. Sono infatti i documentari dei canali digitali a rendere il Circolo polare artico un topos sempre più ricorrente. Vite sotto zero (Bbc Knowledge del bouquet Mediaset Premium) racconta la sopravvivenza quotidiana a -30° in Alaska, mentre Una famiglia fuori dal mondo (seconda stagione in onda dal 5 marzo su Discovery Channel) segue l'insediamento di un nucleo familiare a Chighagof Island, il luogo con la maggior concentrazione di orsi sulla Terra. Si va poi dai documentari sulla Pesca estrema degli equipaggi a caccia di granchi nello Stretto di Bering al reality Alaska, nelle terre estreme (National Geographic Channel), dove quattro team si sfidano tra husky e slitte; da Ultima fermata: Alaska (DMax), sulla costruzione della ferrovia, fino ai cercatori d'oro del Klondike di La febbre dell'oro (Discovery Channel).

Insomma, la tundra e gli alci incendiano la curiosità e la corsa al Far North, l'ultima vera frontiera inesplorata e inebriante, attira gli spettatori così come i turisti (sempre più richieste sono le super crociere a bordo di rompighiaccio sulle rotte dei postali norvegesi o delle caravelle patagoniche di Magellano). Ma attira anche i lettori, stando al moltiplicarsi di titoli sugli scaffali. Romanzi-esplorazione da Capo Nord in su, come Alla fine del sonno di Willem Hermans (Adelphi), oppure reportages dalla taiga sovietica, come Siberiana di Luciana Castellina (Nottetempo) e soprattutto Febbre bianca di Jacek Hugo-Bader (Keller). Il quale arriva in fuoristrada fino alle rive del fiume Amur per raccontare la tragedia dei siberiani evenchi della brigata pastorizia del sovchoz Udarnik: tutti sterminati dalla vodka, dai suicidi e dal delirante e violento mix di alcol e gelo. Gli unici che forse, nell'epoca dell'infatuazione collettiva per la tv sottozero, non concorda con l'aforisma di Nietzsche: «Meglio vivere in mezzo ai ghiacci che tra le virtù moderne».