Utili e un po' "furby", benvenuti nell'età dei robot da compagnia

Servono il tè, ballano, interpretano voci e gesti. La storia degli automi in una mostra a Rovereto

Per prima cosa si chiama «robotto». Non robot. Perché il «robotto» è kawaii, carino, adorabile. Non ha quel carattere freddo, tecnologico e inquietante del robot: una macchina che tenta di imitare l'uomo, di replicarlo, con acciaio e chip. Una intelligenza artificiale, che minaccia, sempre, di superare e rendere superflua quella reale. Il «robotto» invece è un automa grazioso, che tiene compagnia: aiuta in casa, spilla una birra con la schiuma, balla, sorride. Gioca a scacchi, suona, fa da badante o da animale domestico, al posto di un cagnolino o di un gatto. Il robot, come opposto al «robotto», invece è Frankestein. È il meccanismo che sfugge al controllo di chi l'ha creato, cioè l'uomo; ne prende il posto e ne annulla le peculiarità: nella visione più apocalittica porta alla perdita dell'identità dell'individuo nella massa, al punto che la libertà è sostituita dalla tecnologia, il cervello dai circuiti, la scelta dalla programmazione.

Il «robotto», protagonista fino al 27 agosto di una mostra a Rovereto che si intitola, appunto, Io, Robotto - Automi da compagnia (Palazzo Alberti Poja, a cura di Massimo Triulzi, Giuseppe Marino e Valentino Candiani) cerca di fare dimenticare questi scenari: l'esposizione ripercorre la storia e l'evoluzione di un sogno millenario - l'idea di creare uomini armati artificiali o «servi meccanici» è già nella mitologia greca - che la fantascienza prima e la tecnologia poi hanno portato davanti ai nostri occhi. Perciò eccoli, i «robotti»: novanta modelli storici, dal Karakuri Tea Serving Robot (che porta il thè vestito con un kimono in seta) all'Aibo Ers 111 di Sony, robot universale dal design minimalista e pure «firmato» (dall'artista giapponese Hajime Sorayama), dalla Little Jammers Pro, orchestra di robottini a My Keepon, un automa a forma di pallina gialla pensato per aiutare i bambini autistici, il cui video è stato visto tre milioni e mezzo di volte su youtube. C'è Nao, uno dei più avanzati, che può riconoscere i gesti, le voci e i volti e ha mani prensili. E poi Pino, abbreviazione di Pinocchio, il prototipo romantico dell'automa buono: il «robotto» che voleva diventare un bambino. E il Furby, l'animaletto elettronico diventato il compagno di milioni di bambini, inventato da un attore comico, Caleb Chung, famoso per avere interpretato un gorilla.

Un po' giocattoli, un po' prodotti tecnologici avanzati: i robot hanno cambiato aspetto, funzioni, caratteristiche e, nel frattempo, hanno spostato i confini dell'identità (umana). Hanno terrorizzato e esaltato, al cinema e nei cartoni animati: da Metropolis di Fritz Lang (1927) a Blade Runner e Terminator; da C3PO e R2D2 di Guerre stellari a Hal 9000, protagonista di 2001. Odissea nello spazio, un «occhio» con una vociona che anticipa di molto il futuro, visto che ci saranno automi sempre meno antropomorfi e sempre più simili a «reti di connessioni», «intelligenze neurali» in grado di spedire email e messaggi, scattare fotografie, proteggere la casa, sostituire apparecchi rotti e perfino consultare internet per noi, dandoci le risposte alle nostre domande; fino alla triade animata Mazinga Z-Il Grande Mazinga-Ufo Robot (Goldrake) di Go Nagai, giapponese ossessionato dalla bomba, che immaginò dei robot a energia «fotoatomica», una forza immensa che può rendere un demone (Ma) o un dio (Jin), da cui il nome dell'eroe, Ma-Jin-Go. Il sogno del robot è fatto di suggestioni antiche, come i rituali giapponesi di epoca Edo (1603-1867), quando delle «bambole con le molle» servivano il thè per stupire gli ospiti, o come l'Automa Cavaliere progettato da Leonardo da Vinci, robot con l'armatura che avrebbe dovuto, anche lui, lasciare a bocca aperta la corte milanese degli Sforza. Oggi è fatto di materiali e tecnologie avanzate, informatica e musica (i suoni di robot come Wall-E, per esempio, considerati un mezzo di comunicazione universale), fantascienza e diritto: l'Unione europea lavora alle regole per stabilire i diritti e i doveri della «personalità elettronica», mentre nelle visioni più cupe gli automi ruberanno il lavoro agli umani. Asimo, l'androide della Honda, in effetti è pensato per sostituire l'uomo nelle situazioni pericolose, lavorare in ospedale, assistere gli anziani. Però sulla faccia, o meglio sullo schermo c'è uno smile: il sorriso elettronico. Il volto rassicurante e familiare del «robotto»...