Valéry amava l'Europa Ma come «società di spiriti»

Ecco gli scritti politici del poeta francese su un continente che deve riscoprire la sua cultura greco-romana e cristiana

di Paul Valéry

Mio caro amico, Lei mi invia una meditazione sullo spirito, che è ricolma di spirito, ed è anche tutta «spirito». Per essere scritta, è stato necessario che si realizzasse la combinazione che la costituisce e che fa di lei una personalità specificamente europea. Spetta all'essere di rango superiore riunire in se, nella maniera più proficua e favorevole, il gusto del paese di Cervantes, le precise virtù del Politecnico, il genere che si acquisisce ad Oxford, e quel non so che di familiare universalità che si respira solo a Ginevra. Se si sottoponesse ad un fabbricante di cervelli il problema di plasmare una mente con tutti questi elementi che si trovano nella sua, forse sarebbe altrettanto imbarazzato di quel grande chimico a cui un giorno dicevo: «Quando saprete veramente la chimica, le potranno chiedere la formula di un corpo che mostrasse, ad un tempo, la trasparenza del vetro, la morbidezza della seta, l'elasticità della gomma, la resistenza dell'acciaio».

Alla fine, tuttavia, il problema è risolto, e posso invocare la sua stessa esistenza per quanto riguarda i problemi che ci preoccupano e su cui la sua lettera mi ha intrattenuto. Le è bastato, probabilmente, consultare la sua intima costituzione e guardare a se stesso come soluzione di una dissonanza data, per concepire che non è affatto impossibile trovare l'unità di una diversità e il principio su cui potrebbero accordarsi le sensibilità, le culture, gli ideali assai eterogenei la cui varietà definisce l'Europa e il cui antagonismo la dilania. Tale principio è credenza e fiducia nello spirito. Per «Spirito» intendo una certa potenza di trasformazione che interviene (con più o meno fortuna) per risolvere, o tentare di risolvere, tutti i problemi che si presentano all'uomo, e da cui il suo automatismo non sa, o non può, liberarlo. Non appena i riflessi, la semplice memoria, l'abitudine, la pratica sono insufficienti a venire a capo di qualche difficoltà, lo spirito entra in gioco, riesamina i dati, separa, unisce, fa variare, moltiplica le prove immaginarie, instaura legami, simula delle libertà, opera sostituzioni, in breve, lavora secondo le sue capacità per spingerci ad agire, così da placare la nostra inquietudine, e ritornare ad uno stato d'animo più equilibrato. È pertanto naturale, in presenza d'un disordine generalizzato, dell'insufficienza degli espedienti noti, della novità delle situazioni senza eguali nella storia, ricorrere a tale potenza dello spirito, più energicamente, più rigorosamente sollecitata, e di postulare questo: se avessimo più spirito, e se questo avesse più spazio e più potere effettivo nelle cose di questo mondo, il mondo avrebbe più possibilità di risanarsi, e più prontamente.

Io asserisco che la carenza d'intelligenza e la restrizione della sua autorità sono i vizi più evidenti e temibili della nostra condizione. George Meredith, in un celebre poema, chiedeva per la donna un po' più di cervello «More brain, O Lord». Bisogna pregare che gli Europei ottengano questo. Si sono lanciati in un'avventura prodigiosa che consiste nel modificare le condizioni iniziali, «naturali» della vita, non più (come si faceva qualche secolo fa) per rispondere ai bisogni concreti e alle necessità limitate di quella stessa vita, ma come se fossero ispirati a creare una forma di esistenza totalmente artificiale, una specie di esseri i cui mezzi di conoscenza e d'azione sempre potenziati li impegnassero a far agire deliberatamente e sistematicamente tutto quel che sanno e che possono, su ciò che sono.

In particolare, l'intera struttura politica e il genere d'azione politica che tale struttura richiede, sono quanto mai inadeguati allo stato presente dell'umanità civilizzata, all'idea che essa ha di se stessa e dell'uso completo delle proprie capacità d'azione. È immenso lo scarto tra le nostre abitudini, le nostre istituzioni, la nostra legislazione, e finanche la nostra sensibilità, e ciò che sappiamo e possiamo sapere, ciò che vogliamo e possiamo volere (...).

Bisogna pur costatare che la nostra politica si riduce, nelle menti che la formano, ad un'invenzione d'espedienti. Riconosco che un tempo siano stati concepiti progetti in grande stile, pianificazioni a lungo termine, e che sia accaduto che alcuni Stati, diversi grandi uomini, o qualche istituzione potente abbiano potuto ottenere in virtù della profondità e della coerenza delle loro visioni, della loro energia o delle loro accortezze (e d'altronde, della loro «fortuna») dei risultati duraturi e sufficientemente reali. Si poteva attribuire ai Machiavelli una saggezza, una previsione, una strategia; giacché non era insensato ragionare, né assurdo prevedere, né disperante pensare a calcolare. Ma il nostro mondo esige che si risolvano problemi infinitamente complicati in un lasso di tempo infinitamente breve. Ecco che tutto si ripercuote su tutto, a qualsiasi distanza; e non vi è questione che non possa nel giro di qualche secondo trovarsi interamente trasformata. Il nostro tempo non conosce il ritardo; dispone di mezzi di trasmissione e di amplificazione immediati, d'una potenza «formidabile». Più gli interessi in gioco sono importanti, più pressante è la richiesta, e meno tempo e pausa di riflessione sono concessi alle persone che sembrano essere qualificati per occuparsene. Si vedono prendere, nel modo più capriccioso, le decisioni in base a studi tecnici assai complicati e, al contempo, seguendo l'opinione più o meno grossolana delle masse (...).

Eppure ogni politica, anche la più superficiale, si riduce ad una speculazione sull'uomo, a dei ragionamenti e ad una sorta d'azione, che hanno per oggetto uomini e sistemi d'uomini. I mezzi di tale azione sono fittizi, mentre i suoi effetti sono piuttosto reali, e, in qualche circostanza, lo sono anche troppo. Sono le potenze fittizie che governano il mondo; ma per quanto potenti esse siano, l'esame attento vi scorge solo una mitologia di formazione incoerente, dove si mescolano elementi popolari, metafisici, amministrativi, leggendari, teorici e pragmatici, una confusione di motivi sentimentali, di brame, di ideali, di fallaci ricordi. Tutto ciò era ancora ammissibile, tollerabile (e d'altronde indispensabile) all'epoca del vago e della lentezza, al tempo benedetto in cui si poteva credere agli insegnamenti della storia (ossia alla causalità ingenua) e attingervi qualcosa per riflettere sui fatti del giorno, ed elaborare progetti per il futuro. Oggi tutto questo è diventato, per più di un osservatore, quasi impossibile da considerare senza provare una sorta di nausea.