Il vecchio Don Robertson è una scoperta da brividi

In "L'uomo autentico" la parabola distruttiva di un anziano violentato dall'assurdità della vita

Lo è, lo è eccome, un paese per vecchi. Non date retta al vecchio Cormac McCarthy. Anzi, non date retta al titolo, soltanto al titolo, del suo libro, perché il contenuto... Beh, il contenuto, in fin dei conti, è nella testa del vecchio sceriffo Ed Tom Bell, nel suo tormento, nei suoi fantasmi, nella legge che deve, che vuole tutelare, nell'ordine che vuole, che deve conservare. Ma la sua legge, se non altro è scritta, è il codice penale vigente negli Stati Uniti d'America, mentre quella del vecchio Herman Marshall, il «libro» che lui cerca, il «libro» che dovrebbe spiegare il senso della vita, dare le coordinate, le leggi dell'esistenza, non è ancora stato scritto, né mai lo sarà.

Herman Marshall, chi è costui? È, se vogliamo, l'Ed Tom Bell di Don Robertson. E chi è Don Robertson? Un grande, grandissimo scrittore, a detta di Stephen King e di chi lo ha letto. In Italia, a leggerlo sono stati in pochi, c'è da scommettere. Nel 1966 uscì, da Baldini e Castoldi, The River and the Wilderness, con il titolo Due armate per una bandiera: storie, rivedute e scorrette, dalla Guerra civile. Prima e dopo, null'altro, salvo errori e omissioni del caro, vecchio Sistema bibliotecario nazionale. Male, molto male.

Però adesso abbiamo, fresco di stampa nella sua vecchiezza prostatica, nella sua senilità allagata di birra, nelle sue arteriosclerotiche visioni di un mondo peggiore, The Ideal, Genuine Man, ovvero L'uomo autentico (Nutrimenti, pagg. 298, euro 19, traduzione - efficacissima - di Nicola Manuppelli, da oggi in libreria), ovvero, appunto, Herman Marshall in persona, settantaquattrenne ex fratello minore maltrattato dai tre fratelli maggiori, ex prima base in una squadra di semiprofessionisti, ex buon scacchista, ex fidanzato ed ex marito di Edna, ex efficientissimo eliminatore di nazisti in guerra, ex padre di Bill, ex autista di camion per la Gulfway Trucking Lines. Ideal forse no, ma genuine senza dubbio, e dunque, giustamente, autentico, nel bene e nel male. Se suo «papà» fu Don Robertson, nato e morto il 21 di marzo, del 1929 e del 1999, la sua levatrice fu appunto Stephen King, il quale lo pubblicò, con la propria casa editrice Philtrum Press, nel 1987, abbracciandolo con una commossa introduzione (qui opportunamente proposta).

«Il suono di quel pianto era pieno di sabbia e di cose logore», leggiamo alla prima pagina. E chi piange è Herman Marshall, anche se non dovrebbe farlo: «Era solo un vecchio ragazzo di Hope, in Arkansas, e la gente come lui non vedeva di buon occhio quelli che piangevano». Ha un valido motivo, per piangere: la sua Edna, prosciugata dalla chemioterapia nell'agosto del 1984, l'oggi del romanzo, è alla fine. Niente più nastri nei capelli perché non ci sono più capelli, niente più voglia di scopare come la prima volta, nel lontano 1934, perché il male la sta scopando via. Herman non ha nemmeno la forza di salire in soffitta a ravanare fra le «cose logore» e farsi venire un'idea per inventarsi una storia da raccontarle. Qualcosa che però non abbia a che fare con il loro Bill, morto adolescente di meningite vent'anni prima, un'eternità prima. Così Edna inventa lei una storia. La inventa per farsi dare la morte dal marito: sai, Bill non era figlio tuo, ma di Phil Romero, ricordi? il tuo amico messicano che non se ne lasciava scappare una...

Le pagine su questa battaglia non dichiarata fra moglie e marito sono la scena madre del libro, per l'intensità del dolore e per il marchio che imprimono alla narrazione. Un marchio che non mente, quello del «sangue». Herman intuisce che il «libro» deve avere a che fare con il «sangue», che il «libro» è il «sangue» versato dai colpevoli e dagli innocenti. Il sangue che il tempo della vecchiezza (la vecchiezza dei compagni di bevute al Top of the World, la vecchiezza di Jobeth Stephenson che si propone, con le sue «tette tristi» di ottantenne, come consolatrice del vedovo, la vecchiezza dei ricordi in bianco e nero) non riesce a diluire. Tenendo ben salda la barra sul presente, Robertson ripercorre la rotta (nel senso di percorso e soprattutto di disfatta) di Herman e la orienta verso il prossimo, imminente futuro, l'approdo al porto finale. Sesso furioso e annoiato, alcol confortante e distruttivo galleggiano, ondeggiando fra ieri e oggi, tra i flutti, come rifiuti gettati dalla barca. E se fosse stato un altro sangue, non quello messicano di Romero, a circolare nelle vene di Bill? Un sangue più vicino, più familiare? La barca di Herman guidata dal capitano Robertson entra decisa in questa corrente di sangue, e nessun passeggero è immune dagli schizzi che contaminano come un cancro.

Sì, è un paese per vecchi quello in cui Herman Marshall, l'Ed Tom Bell di Don Robertson, sceriffo senza stella e nato sotto una cattiva stella, si aggira come un vendicatore del nulla, cercando di imitare lo sguardo di Tom Mix, il suo eroe di quand'era ragazzo, di quando il sangue gli scorreva spensierato nelle vene. Forse, pensa, il «libro» prescrive una rigenerazione. Forse il sangue deve sgorgare, zampillare, rinnovarsi nella morte per non offendere una vita da vecchio.