Venezia: "Ad Astra" non colpisce e il problema non è Brad Pitt

Il film di fantascienza in concorso a Venezia scorre senza veri picchi emotivi, restando in ostaggio della similitudine tra le profondità spaziali e quelle interiori.

"Ad Astra" di James Gray, il film in concorso di cui è protagonista Brad Pitt, era uno dei titoli più attesi alla Mostra del Cinema di Venezia di quest'anno.

L'entusiasmo riservato al divo hollywoodiano sbarcato al Lido non è lo stesso generato dalla visione della sua ultima fatica. Sebbene, infatti, non si possa certo definire "Ad Astra" un film non riuscito, sul grande schermo si sono viste incursioni nello spazio profondo ben più coinvolgenti, di cui un paio proprio in gara qui negli ultimi anni ("Gravity" e "First Man").

La scena d'apertura mostra l'astronauta Roy McBride (Brad Pitt) alle prese con la prima di una serie di valutazioni psicologiche che scandiranno temporalmente il film essendo previste dal protocollo prima di ogni viaggio in orbita. L'uomo è figlio di un'autentica leggenda (Tommy Lee Jones), un pioniere della ricerca spaziale che, dopo essere stato il primo uomo arrivato su Giove e Saturno, si è spinto oltre ed è finito disperso durante una missione.

Quando da Nettuno iniziano ad arrivare pericolose tempeste energetiche ribattezzate "il picco", i superiori di Roy hanno motivo di credere che siano opera di suo padre e gli chiedono di recarsi su Marte in una base sotterranea per inviare un messaggio che raggiunga il genitore.

Da subito nella mente dello spettatore il titolo sembra completarsi con il "per aspera" del celebre motto latino, peccato che le difficoltà incontrate dall'astronauta siano proposte con un ritmo molto dilatato e regalino pochi brividi. L'atmosfera irriducibilmente ovattata vuol forse rendere la solitudine e l'alienazione vissuti dal protagonista, ma finisce col sabotare il pathos. Da spettatori siamo sballottati tra stazioni spaziali e dubbi che vorrebbero essere amletici. La voce fuori campo del protagonista punteggia il film d'interrogativi che spaziano dal "che diavolo ci faccio qui" al "che cosa ho fatto" intervallandoli con frasi come "non provo nulla", "ho uno scopo segreto" e così via, che enunciano quel che forse il volto di Pitt non riesce a raccontare. I primi piani sull'attore, anche strettissimi, non si contano ma poiché il suo personaggio è un uomo centrato e addestrato a non lasciare che le emozioni modifichino i suoi parametri vitali, l'espressività è assai ridotta. Questa constatazione da un lato permette di sospendere almeno in parte il giudizio sulla performance attoriale di Brad Pitt, dall'altro concorre alla mancata presa emotiva della vicenda.

Mentre sia la costruzione che la risoluzione del mistero al centro del film lasciano tiepidamente indifferenti, lo stesso non può dirsi del futuro ipotizzato a cornice della vicenda e in cui gli umani sono definiti "divoratori di mondi", gli allunaggi sono dotati di comfort come fossero voli di linea, lo stress viene decompresso in apposite relax room.

Scenografie, sonoro e computer grafica convincono, il realismo e la bellezza di alcune immagini sono indubbi, ma il tormento freudiano del protagonista si accartoccia su se stesso senza aver mai toccato alcuna solennità tragica.

Durante la conferenza stampa il regista ha detto di aver usato elementi archetipici e di non aver inventato nulla di nuovo, ebbene su questa seconda affermazione è impossibile dissentire.