A Venezia matti per "Joker", impareggiabile specchio dei nostri tempi

Phoenix e Philips profumano già di Oscar. Il loro Joker ci mostra il mondo di oggi e a che punto è la notte, ma non una qualsiasi: quella dell'anima.

Mettete da parte i pregiudizi. "Joker" di Todd Philips (sì, proprio il regista della trilogia comico-demenziale "Una notte da leoni") è un capolavoro moderno.

Se ieri al Lido è stato presentato in concorso un film, quello di Polanski, che è un esempio di cinema senza tempo, destinato però a essere apprezzato da un pubblico amante delle opere in costume, quello di oggi e con protagonista Joaquin Phoenix è ciò che aspettavamo da anni: un film in grado di coniugare l'intrattenimento di massa targato DC/Marvel con quel che di meglio si può chiedere alla settima arte.

"Joker" si apre mostrando un giovane uomo, Arthur Fleck (Joaquin Phoenix), seduto di fronte a uno specchio da camerino, intento a interpretare, con l'aiuto delle dita appoggiate ai lati della bocca, le due maschere, quella che ride e quella che piange, da sempre simboli della commedia e della tragedia. Non è ancora comparso il titolo ma l'essenza dell'interpretazione da Oscar di Phoenix è già tutta qui: faccia mobile e dolore fisso. Piange ridendo, ride piangendo. La risata di Arthur arriva automatica, nevrotica, ogni volta che il dolore e la disperazione esondano. Su un bigliettino che tiene in tasca, il giovane è etichettato come malato di mente ma forse il suo unico vero handicap è credere nell'educazione e nel candore. La mamma, che lo chiama Happy, gli ha sempre ripetuto che è nato per far sorridere le persone e lui si esibisce come clown nei reparti pediatrici, ma il mondo è un posto orribile e le ingiustizie sono dietro l'angolo. Ci sono momenti precisi in cui la rabbia attecchisce, germoglia, cresce e poi si riproduce per talea. Arthur, suo malgrado, diventerà un simbolo della lotta di classe prima ancora di aver completato la sua trasformazione in Joker.

Come antidoto non gli basta più la vita sognata, né la gentilezza di un amico o il tono paterno del suo mito televisivo (un gigioneggiante De Niro, perfetto nel ruolo). Da campione di moralità ad assassino moralizzatore il passo non è certo breve ma di sicuro irreversibile.

I suoi (e i nostri) sono i tempi moderni e tornano ciclicamente, del resto lo erano già quelli di Chaplin (più di una citazione, un Manifesto). "That's Life", canta a più riprese Sinatra in sottofondo e conviene ballare. A proposito: fenomenale sia l'uso della colonna sonora che della danza (Larraín, in concorso con "Ema", fatti più in là).

"Joker" non è solo un grande film ma il superbo specchio dell'attualità, intesa non in senso politicizzato bensì come momento storico di crisi, di quelli che ci sono già stati e sempre ci saranno. Sono i periodi in cui la massa esorcizza le proprie frustrazioni affidandosi a un leader: a volte ne sceglie uno che trae carisma dalla luce, altre dalla tenebra.

C'è una scena in cui la folla depone sul cofano di un'auto il corpo di Joker (è svenuto) come posasse ai piedi della croce quello di un Salvatore che la monderà dal Sistema. Gli urla ripetutamente e a gran voce di alzarsi, pronta com'è a fare del "risorto" un culto e seguirne le orme. Peccato siano orme di sangue, lo stesso di cui il protagonista sente il sapore in bocca e con cui si dipinge un sorriso: perché è il dolore che nutre la maschera. Vale un po' per tutti.

Il cerchio è chiuso, la città è in fiamme e noi con lei, stregati da un film che spiega meglio di qualunque saggio i tempi attuali e la genesi della violenza che li abita.