Venezia: pregi e difetti di "Martin Eden", il secondo film italiano in concorso

La libera trasposizione del romanzo di London affascina se intesa come epifania della volontà, ma propone un mosaico politico a tratti confuso e appare un po' ingenua negli insistiti omaggi al primo Pasolini.

Al Lido di Venezia il 2 Settembre è stato il giorno di "Martin Eden", secondo film italiano in concorso.

L'opera, che vede il regista Pietro Marcello anche alla sceneggiatura assieme a Maurizio Braucci, è una rilettura cinematografica dell'omonimo romanzo del 1909 scritto dallo statunitense Jack London.

La trasposizione è libera al punto che la vicenda è ambientata a Napoli in un indefinito Novecento. Dopo aver salvato da un pestaggio Arturo, giovane rampollo della borghesia, il marinaio Martin Eden (Luca Marinelli) viene ricevuto nella casa del ragazzo e ne conosce la sorella, Elena (Jessica Cressy), bella, colta e raffinata. Per Martin, quasi totalmente illetterato, è una folgorazione: si innamora tramite lei della cultura e inizia a studiare in maniera appassionata e autonoma. Sebbene le difficoltà materiali siano molte, il ragazzo si dà due anni di tempo per colmare la distanza intellettuale e di censo che lo separa dalla famiglia di Elena. Il suo piano è diventare uno scrittore affermato così da poter chiedere la mano della ricca giovane.

E' una storia edificante quella riproposta dal regista Pietro Marcello, almeno nella prima metà, quando Martin, marinaio dall'età di undici anni, ignorante ma dotato di un'intelligenza vivacissima, prende coscienza di quel che potrebbe diventare e sottopone se stesso a condizioni di tale pressione da trasformare la grafite in diamante.

Come epifania della volontà il film è senz'altro vitale e pieno di forza, finanche utile e educativo, dunque da vedere. "Martin Eden" funziona come storia universale laddove mostra l'evoluzione da ragazzo a uomo, l'emancipazione conquistata attraverso la cultura, infine l'amore che ci migliora perché vogliamo esserne degni. E' anche una parabola importantissima di questi tempi su come il successo si accompagni spesso più al disinganno che alla felicità.

Meno incisiva la seconda parte, quella in cui si disquisisce di lotta di classe e di emancipazione proletaria: il protagonista, a riguardo, ha posizioni complesse e appassionate ma rese, a livello narrativo, in maniera talvolta confusa.

Marinelli è assolutamente a suo agio durante le varie metamorfosi del personaggio: da guascone gentile e sgrammaticato si evolve in un innamorato neofita della poesia, per diventare alla fine un alienato e disilluso intellettuale il cui cinismo sprezzante è l'anticamera del disamore per la vita. E' inoltre credibile sia quando Martin darebbe la vita per appartenere all'alta borghesia, sia quando, una volta ricco, declama teorie anticapitaliste.

Quanto agli intermezzi di materiale di repertorio e agli ammiccamenti al Pasolini neorealista, alla lunga appaiono un po' insistiti e dissipano il loro afflato poetico rischiando di venire percepiti come virtuosismi sterili.

Nelle sale da giovedì 4 Settembre.

Commenti

maria angela gobbi

Mer, 04/09/2019 - 01:51

letto da molto giovane,ricordo benissimo solo la fine:per poter morire affogato deve riuscire a scendere così in basso da non aver più la forza di risalire:può essere positivo se applicato come si deve:ci si può SALVARE se ci si allontana così tanto dal male,tanto da non più riuscire a raggiungerlo